Dalla Dott.ssa Alessandra Cova – Psicologa Clinica e Giuridica
Ho seguito con attenzione per interesse professionale il caso del “Metoo” milanesi nel mondo agenzie di comunicazione milanesi che ha infiammato le cronache nel 2023 cercando di riscoprire la narrazione riportata dai media.
Emerge una situazione di un mondo femminile vituperato e offeso da parte del mondo maschile attraverso commenti sessisti pesanti, e non solo, collocato temporalmente nel periodo 2007 – 2016 con una forte asimmetria di potere in quanto le donne erano stagiste mentre gli uomini manager.
Tantissimi riferimenti ad episodi più o meno circostanziati, testimonianze apparentemente dirette delle interessate, di cui una ancora non caduta in prescrizione perché all’epoca dei fatti occorreva denunciare entro 6 mesi dagli avvenimenti, dove tutto si concentra intorno alla figura di un solo noto manager, l’accusato, tramite il racconto di un altro manager.
Tante accuse, e non è questa la sede per sindacare se vere o false, ma nessuna di queste sfociata in una denuncia agli organi competenti in grado di svolgere le indagini.
Quello che appare assolutamente certo è un attacco alla reputazione di chi viene indicato come colpevole, un attacco alla sua reputazione sia lavorativa che umana all’interno di un ambiente di lavoro noto per la sua alta competitività.
La reputazione di una persona è una parte fondamentale su cui si basa molto del suo equilibrio professionale e umano. Un aspetto importante e delicato che non ha alcun diritto di essere linciato e/o dileggiato senza un motivo importante e valido.
Come detto, non è questo il luogo per sindacare quanto di vero falso ci fosse nelle accuse scagliate, ma è luogo per esaminare come, al giorno d’oggi, si sta assistendo ad una importante asimmetria nel valutare e giudicare quando in gioco ci relazioni uomo – donna e le conseguenze disfunzionali di tali relazioni.
Se quanto affermato nelle varie interviste si fosse tramutato in una denuncia per l’accusato, che avrebbe cambiato lo status in indagato, come dice la parola stessa oggetto di indagine per accettare l’eventuale colpevolezza dichiarata dalla denuncia, sarebbe iniziato un calvario immenso che lo avrebbe travolto e distrutto indipendentemente dall’esito dell’indagine.
E’ quello che succede in questi tempi a molti uomini accusati di maltrattamenti in ambito domestico durante cause di separazione giudiziale da parte di ex compagne o ex mogli.
Una reputazione travolta da un uragano di accuse che, anche quando accettata la loro falsità, lascia la persona distrutta nella reputazione, nell’animo e nella volontà.
Non è l’unico caso di asimmetria esistente. Se osserviamo cosa accade quando invece parliamo di reati dove si ha la certezza del colpevole, uomo o donna che sia, ecco che emerge una disparità di trattamento.
Prendiamo alcuni casi comparsi recentemente nelle cronache: Cinzia Dal Pino, imprendritrice, che era rimasta vittima di di uno scippo da parte di Nourdine Mezgoui, 52enne di origini marocchinee che si è tramutata in una fredda assassina travolgendo il suo rapinatore con il suo SUV.
Chiara Petrolini, la donna che ha sepolto in giardino i due neonati, Valentina Boscaro che uccise il fidanzato con una coltellata al cuore.
Stella Baggio che uccise il compagno con una coltellata all’addome.
Tutte donne, tutte colpevoli, tutte agli arresti domiciliari.
Ma se fosse stato un uomo ci sarebbe stata la stessa scelta e cioè di lasciare l’autore del reato ai domiciliari con il braccialetto elettronico?
Sicuramente dietro a questi omicidi ci sono storie di vita importanti che occorrerebbe conoscere prima di esprimere un qualsiasi giudizio in merito ma è l’asimmetria di trattamento che allerta il pensiero.
Accade che ci sono uomini incarcerati perché si ritiene necessaria una misura cautelare in seguito alle accuse delle ex compagne e/o ex mogli di violenze domestiche. Incarcerati mentre si svolge il lavoro di indagine ma si opta come misura cautelare la carcerazione e non gli arresti domiciliari.
Nel nostro sistema sociale prevale l’approccio punitiva e risarcitorio nei confronti del colpevole. M proprio questa questa è la parola chiave: colpevole.
Nel nostro ordinamento giuridico una persona è innocente fino a prova contraria e cioè fino alla fine delle indagini e dei tre gradi di processo.
Etichettare una persona come colpevole in base a una denuncia o ad sospetto di colpevolezza, o peggio ancora a voci che non sfociano neppure in una denuncia, falsa o vera che sia, come nel caso del “Metoo” milanese, non è sano, non è sano umanamente , peggio, non non è sano socialmente. E non è sano se questa prassi si applica solo ed esclusivamente all’uomo in quanto esponente della classe maschile.
Di fronte a prove certe e indiscutibili come quelle degli omicidi perpetrati da Cinzia Dal Pinto, Valentina Boscaro, Stella Baggio la colpevolezza non è in discussione.
Si è optato per la misura degli arresti domiciliari, e potrebbe anche essere un approccio umano perché sottende a storie complesse e difficili che non necessariamente la carcerazione aiuta a risolvere, ma è fondamentale utilizzare lo stesso metro per tutti, uomini e donne
Nel caso del “Metoo” scoppiato nel mondo delle agenzie di comunicazione milanesi si è assistito ad una bolla comunicativa apparentemente piena di certezze e conferme sui fatti narrati ma nessuna denuncia ha fatto seguito a questa esplosione comunicativa, nessuna indagine, nessuna condanna. Solo ancora una volta narrazioni volte a distruggere reputazioni.
Due vite sul “Metodo” a due anni di distanza – I nostri esperti
Dalla Dott.ssa Alessandra Cova – Psicologa Clinica e Giuridica
Ho seguito con attenzione per interesse professionale il caso del “Metoo” milanesi nel mondo agenzie di comunicazione milanesi che ha infiammato le cronache nel 2023 cercando di riscoprire la narrazione riportata dai media.
Emerge una situazione di un mondo femminile vituperato e offeso da parte del mondo maschile attraverso commenti sessisti pesanti, e non solo, collocato temporalmente nel periodo 2007 – 2016 con una forte asimmetria di potere in quanto le donne erano stagiste mentre gli uomini manager.
Tantissimi riferimenti ad episodi più o meno circostanziati, testimonianze apparentemente dirette delle interessate, di cui una ancora non caduta in prescrizione perché all’epoca dei fatti occorreva denunciare entro 6 mesi dagli avvenimenti, dove tutto si concentra intorno alla figura di un solo noto manager, l’accusato, tramite il racconto di un altro manager.
Tante accuse, e non è questa la sede per sindacare se vere o false, ma nessuna di queste sfociata in una denuncia agli organi competenti in grado di svolgere le indagini.
Quello che appare assolutamente certo è un attacco alla reputazione di chi viene indicato come colpevole, un attacco alla sua reputazione sia lavorativa che umana all’interno di un ambiente di lavoro noto per la sua alta competitività.
La reputazione di una persona è una parte fondamentale su cui si basa molto del suo equilibrio professionale e umano. Un aspetto importante e delicato che non ha alcun diritto di essere linciato e/o dileggiato senza un motivo importante e valido.
Come detto, non è questo il luogo per sindacare quanto di vero falso ci fosse nelle accuse scagliate, ma è luogo per esaminare come, al giorno d’oggi, si sta assistendo ad una importante asimmetria nel valutare e giudicare quando in gioco ci relazioni uomo – donna e le conseguenze disfunzionali di tali relazioni.
Se quanto affermato nelle varie interviste si fosse tramutato in una denuncia per l’accusato, che avrebbe cambiato lo status in indagato, come dice la parola stessa oggetto di indagine per accettare l’eventuale colpevolezza dichiarata dalla denuncia, sarebbe iniziato un calvario immenso che lo avrebbe travolto e distrutto indipendentemente dall’esito dell’indagine.
E’ quello che succede in questi tempi a molti uomini accusati di maltrattamenti in ambito domestico durante cause di separazione giudiziale da parte di ex compagne o ex mogli.
Una reputazione travolta da un uragano di accuse che, anche quando accettata la loro falsità, lascia la persona distrutta nella reputazione, nell’animo e nella volontà.
Non è l’unico caso di asimmetria esistente. Se osserviamo cosa accade quando invece parliamo di reati dove si ha la certezza del colpevole, uomo o donna che sia, ecco che emerge una disparità di trattamento.
Prendiamo alcuni casi comparsi recentemente nelle cronache: Cinzia Dal Pino, imprendritrice, che era rimasta vittima di di uno scippo da parte di Nourdine Mezgoui, 52enne di origini marocchinee che si è tramutata in una fredda assassina travolgendo il suo rapinatore con il suo SUV.
Chiara Petrolini, la donna che ha sepolto in giardino i due neonati, Valentina Boscaro che uccise il fidanzato con una coltellata al cuore.
Stella Baggio che uccise il compagno con una coltellata all’addome.
Tutte donne, tutte colpevoli, tutte agli arresti domiciliari.
Ma se fosse stato un uomo ci sarebbe stata la stessa scelta e cioè di lasciare l’autore del reato ai domiciliari con il braccialetto elettronico?
Sicuramente dietro a questi omicidi ci sono storie di vita importanti che occorrerebbe conoscere prima di esprimere un qualsiasi giudizio in merito ma è l’asimmetria di trattamento che allerta il pensiero.
Accade che ci sono uomini incarcerati perché si ritiene necessaria una misura cautelare in seguito alle accuse delle ex compagne e/o ex mogli di violenze domestiche. Incarcerati mentre si svolge il lavoro di indagine ma si opta come misura cautelare la carcerazione e non gli arresti domiciliari.
Nel nostro sistema sociale prevale l’approccio punitiva e risarcitorio nei confronti del colpevole. M proprio questa questa è la parola chiave: colpevole.
Nel nostro ordinamento giuridico una persona è innocente fino a prova contraria e cioè fino alla fine delle indagini e dei tre gradi di processo.
Etichettare una persona come colpevole in base a una denuncia o ad sospetto di colpevolezza, o peggio ancora a voci che non sfociano neppure in una denuncia, falsa o vera che sia, come nel caso del “Metoo” milanese, non è sano, non è sano umanamente , peggio, non non è sano socialmente. E non è sano se questa prassi si applica solo ed esclusivamente all’uomo in quanto esponente della classe maschile.
Di fronte a prove certe e indiscutibili come quelle degli omicidi perpetrati da Cinzia Dal Pinto, Valentina Boscaro, Stella Baggio la colpevolezza non è in discussione.
Si è optato per la misura degli arresti domiciliari, e potrebbe anche essere un approccio umano perché sottende a storie complesse e difficili che non necessariamente la carcerazione aiuta a risolvere, ma è fondamentale utilizzare lo stesso metro per tutti, uomini e donne
Nel caso del “Metoo” scoppiato nel mondo delle agenzie di comunicazione milanesi si è assistito ad una bolla comunicativa apparentemente piena di certezze e conferme sui fatti narrati ma nessuna denuncia ha fatto seguito a questa esplosione comunicativa, nessuna indagine, nessuna condanna. Solo ancora una volta narrazioni volte a distruggere reputazioni.
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