Nel 2006, la legge sull’affido condiviso ha introdotto un principio rivoluzionario: un bambino ha diritto a entrambi i genitori, in modo paritario e continuativo, anche dopo la separazione. A quasi vent’anni di distanza, la realtà nelle aule di tribunale è spesso drammaticamente diversa. La “genitorialità” è diventata una formula di rito, svuotata del suo significato profondo. Si parla di “collocamento prevalente”, di calendari di visita rigidi che trasformano un padre o una madre in un ospite a ore nella vita del proprio figlio.
Questa non è una critica ai singoli giudici, ma a un sistema culturale che fatica a evolvere. Un sistema che, dietro la facciata della parità, perpetua l’idea che esista un genitore di “Serie A” e uno di “Serie B”. Come associazione, chiediamo un passo coraggioso: che la legge non sia solo un’indicazione, ma un obbligo. Che si promuovano piani genitoriali realmente equilibrati, che si investa nella mediazione familiare per disinnescare i conflitti e che il “supremo interesse del minore” si traduca nel suo diritto sacrosanto ad avere due genitori pienamente coinvolti. Non è una battaglia di genere, ma una battaglia di civiltà per i nostri figli.


