Quando le ferite sono invisibili, la prima forma di protezione è il rigore

Autore: Mauro Sica, Segretario Generale – Uguali per i Figli ODV ETS

Riconoscere il maltrattamento che non lascia lividi è un dovere. Ma proprio perché è invisibile, richiede ancora più metodo, più competenza e più responsabilità. La tutela dell’infanzia non può fondarsi sulle impressioni: deve fondarsi sulle evidenze.

Ogni epoca ha i propri punti ciechi.

Per molti anni abbiamo creduto che il maltrattamento di un bambino fosse riconoscibile quasi esclusivamente attraverso i segni lasciati sul corpo. I lividi, le fratture, le lesioni rappresentavano la prova evidente di una sofferenza che nessuno poteva negare.

Oggi sappiamo che non è così.

La ricerca scientifica, la neuropsichiatria infantile, la psicologia dello sviluppo e la traumatologia hanno dimostrato che esistono ferite che non compaiono sulla pelle ma incidono profondamente sullo sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale di un bambino.

L’umiliazione sistematica.

La trascuratezza emotiva.

La paura cronica.

L’isolamento.

L’adultizzazione.

Le dinamiche manipolative.

L’esposizione prolungata a relazioni gravemente disfunzionali.

Sono tutte forme di sofferenza che possono compromettere la crescita senza lasciare alcun livido visibile.

Ignorarle sarebbe un errore gravissimo.

Ma proprio perché condividiamo questa consapevolezza, sentiamo il dovere di aggiungere una riflessione che raramente trova spazio nel dibattito pubblico.

Più la ferita è invisibile, più deve essere rigoroso il metodo.

È questo il punto decisivo.

Quando il danno non è immediatamente osservabile, aumenta inevitabilmente la responsabilità di chi è chiamato a valutarlo.

Non diminuisce.

Aumenta.

Servono competenze multidisciplinari.

Servono valutazioni approfondite.

Servono tempi adeguati.

Servono confronti tra professionalità diverse.

Servono riscontri oggettivi.

Servono evidenze.

Perché esistono due errori ugualmente pericolosi.

Il primo è non riconoscere un bambino che sta realmente soffrendo.

Il secondo è attribuire ad un bambino una condizione che non è stata adeguatamente accertata.

Entrambi possono produrre conseguenze profonde.

Entrambi possono modificare il corso di una vita.

La tutela dell’infanzia non può rinunciare al metodo.

Negli ultimi anni abbiamo compiuto un importante passo culturale ampliando lo sguardo sulle diverse forme di maltrattamento.

È un progresso che non deve essere rimesso in discussione.

Ma ogni progresso porta con sé una responsabilità ancora maggiore.

Ampliare lo sguardo non significa abbassare la soglia dell’accertamento.

Significa, al contrario, rafforzarla.

Più un fenomeno è complesso, maggiore deve essere il rigore con cui viene osservato.

Più una sofferenza è invisibile, maggiore deve essere la qualità dell’analisi.

Più delicate sono le decisioni che riguardano un bambino, maggiore deve essere la prudenza delle istituzioni chiamate ad assumerle.

La tutela dell’infanzia non può essere affidata né all’intuizione né alle convinzioni personali.

Richiede metodo.

Richiede competenza.

Richiede responsabilità.

Il bambino non appartiene alle narrazioni degli adulti.

Troppo spesso il confronto pubblico si trasforma in una contrapposizione tra schieramenti.

Da una parte chi teme che molte forme di maltrattamento rimangano invisibili.

Dall’altra chi teme diagnosi affrettate o interpretazioni non sufficientemente fondate.

Entrambe sono preoccupazioni legittime.

Ma entrambe diventano pericolose quando smettono di interrogarsi sulla realtà concreta del bambino.

La domanda più importante non è:

“Chi ha ragione?”

La domanda che dovrebbe guidare ogni professionista, ogni giudice, ogni educatore, ogni servizio è un’altra.

“Che cosa sta vivendo davvero questo bambino?”

È questa la prospettiva autenticamente child centred.

Perché sposta il baricentro dalle narrazioni degli adulti alla realtà del minore.

Ed è soltanto da lì che può nascere una tutela realmente efficace.

Il rigore è la forma più alta della protezione.

La società ha bisogno di imparare a vedere anche ciò che non lascia lividi.

Ma ha bisogno, allo stesso tempo, di non confondere il vedere con l’immaginare.

Proteggere un bambino significa riconoscere il suo dolore quando esiste.

Ma significa anche evitare che decisioni gravissime vengano assunte senza un adeguato fondamento.

Le due esigenze non sono in contrasto.

Sono complementari.

Perché il vero obiettivo non è confermare le convinzioni degli adulti.

È comprendere la realtà del bambino.

Ed è per questo che, oggi più che mai, dobbiamo affermare un principio semplice ma essenziale.

Quando le ferite sono invisibili, la prima forma di protezione è il rigore.

Non il sospetto.

Non le contrapposizioni ideologiche.

Non le scorciatoie interpretative.

Il rigore.

Perché quando in gioco c’è l’infanzia, il metodo non rallenta la tutela.

La rende giusta.

Una società matura non è quella che vede maltrattamenti ovunque.
E non è nemmeno quella che li riconosce soltanto quando lasciano lividi.
È quella che costruisce istituzioni capaci di distinguere.

Perché quando le ferite sono invisibili, la prima forma di protezione non è il sospetto. È il rigore.