Un bambino non dovrebbe attendere che adulti, tribunali e comunità scientifica decidano come chiamare ciò che gli sta accadendo. Se una relazione viene manipolata, se esiste violenza, se il rifiuto di un genitore ha cause reali, se il minore è coinvolto nel conflitto o costretto a scegliere, il compito delle istituzioni è comprenderlo presto. E proteggerlo prima che il danno si consolidi.
Il dibattito sull’alienazione parentale continua da anni a essere prigioniero di una domanda che rischia di essere sbagliata in partenza:
la PAS esiste oppure non esiste?
È una domanda scientificamente legittima quando si discute della validità di una diagnosi. Diventa però insufficiente — e talvolta persino fuorviante — quando dalla disputa terminologica dipende la capacità delle istituzioni di osservare ciò che sta accadendo nella vita concreta di un bambino.
L’“Agenda dei diritti 2026” dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza dedica un intero capitolo all’alienazione parentale, assumendo una posizione fortemente critica nei confronti della PAS e del suo utilizzo nei procedimenti giudiziari.[1] L’Organizzazione mondiale della sanità, a sua volta, non ha inserito “parental alienation” nell’ICD-11 come diagnosi sanitaria e ha successivamente rimosso il termine anche dall’indice, precisando che la categoria più generale dei problemi nella relazione caregiver-bambino può coprire situazioni che necessitano di attenzione sanitaria.[2]
Sono elementi che non possono essere ignorati.
Ma non possono essere ignorati neppure gli altri.
Ed è esattamente da qui che, secondo Uguali per i Figli ETS, dovrebbe cominciare una riflessione realmente child-centered.
La PAS non è una diagnosi riconosciuta. Ma questa non è la fine del problema
Occorre innanzitutto distinguere termini che nel dibattito pubblico vengono spesso sovrapposti.
Una cosa è la Parental Alienation Syndrome, la PAS formulata originariamente da Richard Gardner come sindrome.
Una cosa diversa è il concetto più ampio di parental alienation.
Ancora diverso è parlare di parental alienating behaviors, cioè di singoli comportamenti attribuiti a un genitore.
E altra cosa ancora sono i parent-child contact problems: tutte quelle situazioni nelle quali un bambino resiste, rifiuta o interrompe la relazione con uno dei genitori, per ragioni che possono essere profondamente differenti.
Confondere questi livelli produce cattiva scienza e cattiva giustizia.
L’American Psychological Association, già nel 2008, richiamò la mancanza di dati a sostegno della cosiddetta “parental alienation syndrome”, ma precisò contemporaneamente di non avere una posizione ufficiale sulla presunta sindrome.[3] È una precisazione non secondaria quando si ricostruisce correttamente il dibattito scientifico.
Anche l’OMS assume una posizione precisa: l’alienazione parentale non è un termine sanitario e non esistono interventi sanitari evidence-based specificamente destinati alla “parental alienation”. Ma la stessa OMS ricorda l’esistenza della categoria più ampia dei problemi nella relazione tra caregiver e bambino.[2]
Dunque: l’assenza di una diagnosi non equivale all’inesistenza di qualsiasi problema relazionale riconducibile ai comportamenti degli adulti.
Sono due affermazioni logicamente e scientificamente diverse.
La letteratura scientifica esiste. Ed è anche fortemente discussa
Affermare che sull’alienazione parentale “non esista letteratura scientifica” sarebbe altrettanto inesatto.
Nel 2022 una review pubblicata su Developmental Psychology — rivista dell’American Psychological Association — ha individuato 213 lavori contenenti dati empirici, pubblicati in dieci lingue fino al dicembre 2020. Gli autori hanno interpretato quei dati come indicativi di un settore di ricerca in progressiva maturazione.[4]
Questo studio non costituisce naturalmente una “presa di posizione dell’APA”: pubblicare una ricerca in una rivista scientifica non equivale all’adozione istituzionale delle conclusioni da parte dell’editore. Ma dimostra che la materia è oggetto di un corpus di ricerca che non può essere cancellato con una formula.[4]
Una precedente revisione della letteratura empirica, pubblicata nel 2020 su Children and Youth Services Review, aveva analizzato 43 studi peer-reviewed, rilevando un interesse scientifico crescente ma anche importanti debolezze metodologiche: prevalenza di studi retrospettivi, trasversali e quantitativi, insieme alla necessità di ulteriore ricerca.[5]
E il confronto scientifico continua. Una review critica pubblicata nel 2026 ha contestato metodologia, affidabilità e capacità di stabilire rapporti causali in parte delle ricerche sui cosiddetti parental alienating behaviors.[6]
Questa è scienza.
Non l’unanimità obbligatoria, ma il confronto fra ipotesi, dati, limiti metodologici, confutazioni e nuove verifiche.
Perciò la posizione più rigorosa non è: “la scienza ha stabilito che l’alienazione esiste”.
Ma non è nemmeno: “la scienza ha stabilito che nulla di tutto questo esiste”.
La posizione rigorosa è riconoscere ciò che sappiamo, ciò che non sappiamo e ciò che resta controverso.
E soprattutto evitare che la controversia scientifica lasci senza tutela il bambino.
La Cassazione ha già indicato una strada molto più utile
È proprio la giurisprudenza italiana più recente a offrire un punto di equilibrio particolarmente interessante.
Con l’ordinanza n. 4595 del 21 febbraio 2025, la Prima Sezione civile della Corte di cassazione ha compiuto un passaggio che meriterebbe di diventare il centro del dibattito.[7]
La Corte afferma che non è suo compito stabilire la validità delle teorie scientifiche sulla PAS. Ma aggiunge qualcosa di ancora più importante: il giudice deve accertare i comportamenti concretamente pregiudizievoli per il minore e non può far dipendere la decisione dal giudizio astratto sulla validità o invalidità scientifica della diagnosi.
È esattamente il punto.
Nel processo si giudicano fatti e comportamenti.
La diagnosi può eventualmente aiutare a comprenderli. Non può sostituirli.
E nello stesso provvedimento la Cassazione ricorda che i comportamenti diretti a ostacolare la relazione del figlio con l’altro genitore possono arrecare pregiudizio agli interessi del minore e integrare una violazione dei doveri genitoriali.[7] Allo stesso tempo stabilisce con altrettanta chiarezza che eventuali allegazioni di violenza domestica devono essere realmente investigate e che un rifiuto del bambino può essere fondato su ragioni oggettivamente giustificabili.
Quindi non esiste alcuna scorciatoia.
Non è accettabile dire:
“Il bambino rifiuta il padre o la madre, dunque è alienato”.
Ma non dovrebbe essere accettabile neppure dire:
“La PAS non è una diagnosi riconosciuta, dunque qualunque comportamento diretto a compromettere una relazione genitoriale è irrilevante”.
Entrambe sono semplificazioni.
Ed entrambe possono danneggiare un bambino.
La vera domanda: perché quel bambino sta rifiutando?
Se un minore comincia a manifestare paura, rabbia, rifiuto, disprezzo o indisponibilità verso un genitore, l’istituzione dovrebbe formulare prima di tutto una domanda: perché?
Può esserci violenza.
Può esserci maltrattamento.
Può esserci trascuratezza.
Può esserci una relazione genitoriale realmente negativa.
Può esserci paura fondata.
Può esserci conflitto di lealtà.
Può esserci coinvolgimento del bambino nella separazione.
Può esserci denigrazione dell’altro genitore.
Può esserci pressione emotiva.
Può esserci controllo delle comunicazioni.
Può esserci ostacolo sistematico alla frequentazione.
Può esserci una combinazione di più fattori.
Può esserci anche un comportamento inadeguato di entrambi i genitori.
La letteratura sui parent-child contact problems si sta muovendo proprio verso modelli multifattoriali. Fidler e Bala hanno osservato come il problema sia spesso più utilmente interpretato evitando spiegazioni monocausali e verificando tanto il rischio di falsi positivi dell’alienazione quanto quello di falsi negativi, cioè situazioni nelle quali un condizionamento reale non viene riconosciuto.[8] Johnston e Sullivan hanno analogamente proposto di superare modelli semplicistici fondati su una singola causa e di valutare l’intera configurazione familiare.[9]
Questo approccio è molto più vicino al superiore interesse del minore di qualsiasi guerra ideologica.
Nessun automatismo. Nemmeno quello opposto
Il rischio storico dell’utilizzo della PAS nei tribunali è serio.
L’accusa di alienazione non può servire a neutralizzare automaticamente una denuncia di violenza o abuso.
Il rapporto presentato nel 2023 dalla Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze ha richiamato espressamente il rischio che il concetto venga utilizzato nei procedimenti di affidamento per screditare allegazioni di violenza.[10]
È una tutela imprescindibile.
Ma proprio perché rifiutiamo gli automatismi, dobbiamo rifiutarli in entrambe le direzioni.
Un’accusa di violenza deve essere indagata.
Un’accusa di condizionamento deve essere indagata.
Il comportamento del padre deve essere osservato.
Il comportamento della madre deve essere osservato.
Le parole del bambino devono essere ascoltate.
Le ragioni del suo eventuale rifiuto devono essere comprese.
E nessuna di queste operazioni dovrebbe dipendere dal sesso del genitore o dalla collocazione ideologica dell’osservatore.
Child-centered significa precisamente questo.
Il soggetto del procedimento non è la madre.
Non è il padre.
Non è la teoria dello psicologo.
Non è l’associazione che sostiene una determinata posizione.
È il bambino.
Il nostro ordinamento dispone già degli strumenti per farlo
La riforma del processo familiare contiene un principio metodologico molto avanzato.
L’articolo 473-bis.25 c.p.c. stabilisce che, nelle consulenze psicologiche, le valutazioni sui profili di personalità possano essere effettuate soltanto nella misura in cui incidano direttamente sulle capacità genitoriali e siano fondate su metodologie e protocolli riconosciuti dalla comunità scientifica.
Ma stabilisce anche qualcosa di fondamentale: nella relazione devono essere distinti i fatti osservati direttamente, le dichiarazioni delle parti e le valutazioni del consulente.[11]
È una distinzione che dovrebbe diventare una regola culturale dell’intero sistema.
Fatto.
Dichiarazione.
Interpretazione.
Diagnosi.
Ipotesi.
Non sono sinonimi.
La medesima impostazione è richiesta alle relazioni dei servizi sociali e sanitari: quando vengono formulate valutazioni relative ai profili di personalità, devono fondarsi su dati oggettivi e metodologie riconosciute.[11]
E già la legge delega della riforma Cartabia aveva imposto, quando vengano segnalati comportamenti capaci di ostacolare il mantenimento di un rapporto equilibrato e continuativo con l’altro genitore, l’abbreviazione dei tempi e la concreta attuazione dei provvedimenti adottati nell’interesse del minore.[12]
Dunque il vero problema non è soltanto costruire nuove definizioni.
È applicare presto e bene gli strumenti esistenti.
Perché attendere che il rapporto sia distrutto?
Ed è qui che, secondo Uguali per i Figli ETS, il confronto istituzionale deve cambiare livello.
Continuiamo a discutere di come intervenire quando il bambino rifiuta completamente un genitore.
Quando non vuole più vederlo.
Quando la relazione è interrotta da mesi o da anni.
Quando il conflitto si è cristallizzato.
Quando sono già intervenuti servizi, avvocati, consulenti, curatori e giudici.
Quando occorre domandarsi come “curare” una situazione ormai gravemente compromessa.
Ma una politica per l’infanzia dovrebbe porsi una domanda precedente: perché siamo arrivati fin qui?
La prevenzione viene prima della cura.
Non è una distinzione linguistica.
È una scelta di politica pubblica.
La cura interviene sul danno.
La prevenzione prova a impedire che quel danno si produca.
E per fare prevenzione non è necessario riconoscere la PAS come patologia.
È necessario saper riconoscere precocemente i fattori di rischio.
Prevenire senza diagnosticare
La stessa letteratura internazionale contiene proposte di prevenzione primaria, identificazione precoce e intervento tempestivo nei problemi di relazione genitore-figlio.
Un lavoro pubblicato su Family Court Review ha proposto un modello fondato su tre livelli: informazione preventiva, riconoscimento precoce delle difficoltà relazionali e intervento rapido quando il contatto sta deteriorandosi.[13] Anche Fidler e Bala sottolineano il possibile ruolo della formazione dei genitori e della prevenzione nei parent-child contact problems.[8]
Si può discutere la terminologia utilizzata dagli autori.
Si possono discutere i presupposti teorici.
Ma la logica preventiva merita attenzione.
Perché non serve aspettare una diagnosi per insegnare a due genitori che un bambino non deve diventare messaggero della separazione.
Non serve una diagnosi per intervenire quando viene sistematicamente denigrato l’altro genitore davanti al figlio.
Non serve una diagnosi per verificare perché telefonate, incontri o informazioni scolastiche e sanitarie vengano reiteratamente ostacolati.
Non serve una diagnosi per accorgersi che un bambino sta utilizzando il linguaggio del conflitto degli adulti.
E, allo stesso modo, non serve una diagnosi per comprendere che un bambino che manifesta paura verso un genitore può avere ragioni reali che devono essere investigate immediatamente.
Questa è prevenzione.
La prevenzione deve arrivare prima del tribunale
La prima linea di tutela non dovrebbe essere l’aula giudiziaria.
Dovrebbero esserlo, ciascuno per la propria competenza, i consultori, i pediatri, la scuola, i servizi territoriali, i professionisti che accompagnano la separazione e gli stessi avvocati.
Non per trasformarli in investigatori.
Ma per costruire un sistema capace di riconoscere segnali di deterioramento delle relazioni e attivare risposte proporzionate prima che il conflitto diventi una struttura identitaria del bambino.
Occorrono protocolli capaci di distinguere almeno quattro situazioni profondamente differenti: rischio o presenza di violenza; difficoltà relazionali prodotte dal comportamento problematico del genitore rifiutato; dinamiche di condizionamento o ostacolo provenienti dall’altro genitore; conflitti multifattoriali nei quali concorrono responsabilità e vulnerabilità differenti.
Confonderle significa sbagliare intervento.
Ma aspettare anni per distinguerle significa spesso arrivare troppo tardi.
Il diritto alla relazione è del bambino
Anche su questo occorre spostare il baricentro.
L’articolo 337-ter del codice civile non costruisce anzitutto un diritto del padre o della madre.
Afferma il diritto del figlio minore a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, a ricevere da entrambi cura, educazione, istruzione e assistenza morale, salvo naturalmente che il suo interesse richieda limitazioni o protezione.[14]
È una differenza enorme.
Se un adulto impedisce senza ragione una relazione significativa, il problema non è innanzitutto che sta violando “il diritto dell’altro genitore”.
Il primo interrogativo dovrebbe essere se stia comprimendo un diritto del figlio.
E se, al contrario, la relazione con quel genitore espone il bambino a violenza, abuso o grave pregiudizio, è ancora il diritto del figlio a imporre protezione.
Il centro resta sempre lo stesso.
Ascoltare il bambino, senza consegnargli il peso della decisione
Essere child-centered significa anche evitare un ulteriore equivoco.
Il bambino deve essere ascoltato.
La Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia riconosce il diritto del minore capace di discernimento a esprimere liberamente le proprie opinioni nelle questioni che lo riguardano e a vederle considerate secondo età e maturità.[15] Il superiore interesse deve inoltre essere valutato concretamente in ogni decisione che lo riguarda.[16]
Ma ascoltare non significa trasferire sul bambino la responsabilità di decidere quale genitore “abbia ragione”.
Significa comprendere.
Significa verificare.
Significa contestualizzare.
Significa proteggerlo anche dal peso di dover scegliere.
La stessa Cassazione, nel 2025, ha ricordato che il best interest non è un parametro astratto: deve essere ricostruito caso per caso, tenendo conto delle esigenze, dei diritti, delle relazioni e dell’identità concreta del minore.[7]
Alla Commissione Infanzia e alla Garante chiediamo un passo ulteriore
Dopo la “rivoluzione della cura”, occorre aprire il capitolo della rivoluzione della prevenzione.
La Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza, l’Autorità garante, il Governo, la giustizia minorile e familiare e le professioni coinvolte potrebbero assumere un terreno comune che non richiede a nessuno di abiurare le proprie convinzioni sulla PAS.
Il terreno comune è il bambino.
Servono strumenti nazionali per intercettare precocemente i parent-child contact problems; una formazione multidisciplinare che sappia distinguere violenza, abuso, conflitto, condizionamento e rifiuto motivato; tempi realmente brevi quando una relazione familiare sta deteriorandosi; raccolta sistematica dei dati sugli esiti; metodologie trasparenti nelle CTU; verifiche periodiche degli interventi; sostegno alle famiglie prima che la vicenda diventi esclusivamente giudiziaria.
E serve soprattutto un principio.
Nessuna etichetta può sostituire l’accertamento dei fatti. Ma neppure l’assenza di un’etichetta può autorizzarci a ignorarli.
Non vogliamo vincere la disputa sulla PAS. Vogliamo evitare il danno
Uguali per i Figli ETS non ha interesse a iscriversi nel partito del “la PAS esiste” o in quello del “la PAS non esiste”.
Non è questo il compito di un’associazione che sceglie di guardare ogni questione dalla prospettiva del bambino.
Ci interessa sapere se un minore viene coinvolto nel conflitto.
Ci interessa sapere se qualcuno ne condiziona la libertà affettiva.
Ci interessa sapere se esiste violenza.
Ci interessa sapere se il suo rifiuto è giustificato.
Ci interessa sapere se una relazione sana sta venendo distrutta.
Ci interessa sapere se gli adulti e le istituzioni stanno intervenendo in tempo.
Perché quando, dopo anni, un bambino ha perso una relazione significativa, quando il rifiuto si è strutturato, quando la paura o il disprezzo sono diventati parte della sua rappresentazione familiare, discutere su quale etichetta attribuire al fenomeno rischia di diventare drammaticamente tardivo.
Il compito di una politica pubblica per l’infanzia non dovrebbe essere soltanto stabilire come chiamare il danno.
Dovrebbe essere innanzitutto capire come impedirgli di prodursi.
Questa, per Uguali per i Figli ETS, è la conseguenza più radicale di un approccio realmente child-centered.
Prima dell’etichetta, il bambino.
Prima della cura, la prevenzione.
FONTI / NORME / RICERCHE
[1] Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza – Agenda dei diritti 2026. La persona di minore età nei procedimenti di famiglia: soggetto, vittima e testimone. Roma, settembre 2026. Quadro H, “L’ostacolo alla tutela del minore: l’alienazione parentale”, pp. 225-250. https://www.garanteinfanzia.org/wp-content/uploads/2026/09/agenda_diritti_2026_web.pdf
[2] World Health Organization – Parental alienation. ICD-11 Frequently Asked Questions. World Health Organization. https://www.who.int/standards/classifications/frequently-asked-questions/parental-alienation
[3] American Psychological Association – Statement on Parental Alienation Syndrome. 1 January 2008. https://www.apa.org/news/press/releases/2008/01/pas-syndrome
[4] Harman J.J., Warshak R.A., Lorandos D., Florian M.J. – “Developmental psychology and the scientific status of parental alienation”. Developmental Psychology, 2022, 58(10), 1887-1911. DOI: 10.1037/dev0001404. PMID: 35653764. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/35653764/
DOI:
https://doi.org/10.1037/dev0001404
[5] Marques T.M., Narciso I., Ferreira L.C. – “Empirical research on parental alienation: A descriptive literature review”. Children and Youth Services Review, 2020, 119, 105572. DOI: 10.1016/j.childyouth.2020.105572. https://doi.org/10.1016/j.childyouth.2020.105572
[6] Robson N., Neilson L., Dalgarno E. – “Methodologies and moon landings: A critical review of parental alienating behavior research”. Journal of Family Trauma, Child Custody & Child Development, 2026. Pubblicato online il 15 giugno 2026. DOI: 10.1080/26904586.2026.2677135. https://doi.org/10.1080/26904586.2026.2677135
[7] Corte di cassazione, Sezione I civile – Ordinanza 21 febbraio 2025, n. 4595. https://www.cortedicassazione.it/resources/cms/documents/Cass_202504595.pdf
[8] Fidler B.J., Bala N. – “Concepts, Controversies And Conundrums Of ‘Alienation’: Lessons Learned In A Decade And Reflections On Challenges Ahead”. Family Court Review, 2020, 58, 576-603. DOI: 10.1111/fcre.12488. https://doi.org/10.1111/fcre.12488
[9] Johnston J.R., Sullivan M.J. – “Parental Alienation: In Search of Common Ground For a More Differentiated Theory”. Family Court Review, 2020, 58, 270-292. DOI: 10.1111/fcre.12472. https://doi.org/10.1111/fcre.12472
[10] United Nations Human Rights Council – Special Rapporteur on violence against women and girls, its causes and consequences – Custody, violence against women and violence against children. Report of the Special Rapporteur, A/HRC/53/36, 13 April 2023. https://docs.un.org/A/HRC/53/36
[11] Codice di procedura civile – art. 473-bis.25, “Consulenza tecnica d’ufficio”, e art. 473-bis.27, “Intervento dei servizi sociali o sanitari nei procedimenti a tutela dei minori”. Disposizioni introdotte dal d.lgs. 10 ottobre 2022, n. 149.
Art. 473-bis.25 c.p.c.: https://portalenormativo.it/articolo/codice-procedura-civile/art-473-bis-25
Art. 473-bis.27 c.p.c.: https://portalenormativo.it/articolo/codice-procedura-civile/art-473-bis-27
[12] Legge 26 novembre 2021, n. 206 – Delega al Governo per l’efficienza del processo civile e per la revisione della disciplina degli strumenti di risoluzione alternativa delle controversie e misure urgenti di razionalizzazione dei procedimenti in materia di diritti delle persone e delle famiglie nonché in materia di esecuzione forzata. In particolare, art. 1, comma 23, lett. aa). https://portalenormativo.it/atto/l-2021-11-26-206
[13] Marcus P. – “Innovative Programs in Israel for Prevention & Responding to Parental Alienation: Education, Early Identification and Timely, Effective Intervention”. Family Court Review, 2020, 58, 544-559. DOI: 10.1111/fcre.12486. https://doi.org/10.1111/fcre.12486
[14] Codice civile – art. 337-ter, “Provvedimenti riguardo ai figli”. Testo vigente: diritto del figlio minore a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori e a ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambi. https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto:2013-12-28;154~art55!vig=
15] United Nations – Committee on the Rights of the Child – General Comment No. 12 (2009): The right of the child to be heard. CRC/C/GC/12, 20 July 2009. https://digitallibrary.un.org/record/671444
[16] United Nations – Committee on the Rights of the Child – General Comment No. 14 (2013) on the right of the child to have his or her best interests taken as a primary consideration (art. 3, para. 1). CRC/C/GC/14, 29 May 2013. https://digitallibrary.un.org/record/778523/


