L’Europa sta iniziando a interrogarsi su come ascoltare davvero i bambini. L’Italia è pronta a fare lo stesso?

Commento istituzionale agli orientamenti europei sull’infanzia e l’adolescenza

Negli ultimi mesi il dibattito europeo sui diritti dell’infanzia ha registrato un’importante accelerazione.

La recente decisione della Spagna di escludere dai procedimenti giudiziari il ricorso alla cosiddetta “alienazione parentale” ha riportato al centro una questione che attraversa da anni il diritto di famiglia, la psicologia dell’età evolutiva e le politiche per la tutela dei minori.

Come spesso accade, il confronto pubblico si è immediatamente polarizzato.

Da una parte chi considera l’alienazione parentale una realtà che può manifestarsi nelle situazioni familiari più conflittuali.

Dall’altra chi ritiene che tale concetto abbia finito per semplificare vicende molto più articolate e complesse.

Ma forse la vera novità non riguarda la validità o meno di una teoria.

Riguarda una domanda più profonda.

Come possiamo ascoltare davvero i bambini?

I minori non sono una teoria

Per troppo tempo il dibattito pubblico ha affrontato i conflitti familiari attraverso categorie costruite dagli adulti.

Le decisioni giudiziarie, le consulenze tecniche, gli interventi dei servizi e perfino il confronto mediatico hanno spesso privilegiato le narrazioni degli adulti rispetto all’esperienza concreta dei figli.

Eppure i bambini non sono una teoria.

Non sono un argomento di dibattito.

Non sono una categoria giuridica.

Sono persone in crescita, portatrici di diritti, bisogni, emozioni e vissuti che meritano di essere compresi nella loro specificità.

Ogni volta che un minore manifesta disagio, chiusura, paura, sofferenza o difficoltà relazionali, la prima domanda non dovrebbe essere quale etichetta applicare.

La prima domanda dovrebbe essere: che cosa ci sta comunicando questo bambino?

Dall’Europa arriva un segnale

La scelta spagnola può essere letta in modi diversi.

Ma al di là delle posizioni, rappresenta un segnale importante.

L’Europa sta iniziando a interrogarsi sulla qualità degli strumenti utilizzati per comprendere le situazioni familiari complesse e sulla necessità di rafforzare l’ascolto diretto dei minori.

È una riflessione che si inserisce in un contesto più ampio.

Negli ultimi anni le istituzioni europee hanno posto crescente attenzione alla partecipazione dei bambini alle decisioni che li riguardano, alla salute mentale, al benessere psicologico e alla qualità dei sistemi di protezione dell’infanzia.

L’obiettivo non è trovare risposte semplici.

È sviluppare una maggiore capacità di lettura della complessità.

Le nuove fragilità dell’infanzia

Le sfide che oggi interessano i minori attraversano tutti i Paesi europei.

La salute mentale degli adolescenti.

La povertà educativa.

L’impatto dei social network.

Il bullismo e il cyberbullismo.

La dispersione scolastica.

Le difficoltà relazionali.

Le conseguenze delle separazioni altamente conflittuali.

Le nuove forme di disagio emotivo.

Si tratta di fenomeni che non possono essere affrontati attraverso approcci ideologici o semplificazioni.

Richiedono osservazione, ricerca, competenze multidisciplinari e sistemi capaci di integrare giustizia, scuola, sanità, servizi sociali e comunità educante.

L’Italia è pronta?

Questa è probabilmente la domanda più importante.

L’Italia dispone di professionalità di altissimo livello nel campo della tutela dei minori.

Ma continua a soffrire una forte frammentazione tra i diversi sistemi che intervengono nella vita dei bambini.

Troppo spesso scuola, servizi, sanità, giustizia e terzo settore operano in modo parallelo, senza strumenti comuni di osservazione e valutazione.

La conseguenza è che i segnali di disagio rischiano di essere letti in modo parziale o tardivo.

Per questo oggi serve una nuova stagione di investimento culturale e istituzionale sull’infanzia.

Non soltanto per gestire le emergenze, ma per costruire una vera capacità di ascolto.

La proposta di UPIF

Come Uguali per i Figli riteniamo che il tema centrale non sia schierarsi dalla parte delle madri o dei padri.

Il tema è costruire sistemi capaci di stare dalla parte dei figli.

Per questo sosteniamo la necessità di:

  • rafforzare l’ascolto del minore nei procedimenti che lo riguardano;
  • sviluppare osservatori permanenti sui fenomeni che interessano infanzia e adolescenza;
  • investire nella formazione specialistica degli operatori;
  • promuovere la collaborazione tra scuola, servizi, sanità e giustizia;
  • sviluppare strumenti di monitoraggio basati su dati, ricerca e valutazione d’impatto.

Una questione di futuro

La decisione spagnola non chiude un dibattito.

Lo apre.

E ci invita a porci una domanda che riguarda il futuro delle nostre società.

Siamo davvero capaci di ascoltare i bambini?

Siamo davvero in grado di distinguere il loro vissuto dalle narrazioni degli adulti?

Siamo pronti a costruire istituzioni che mettano al centro il loro benessere, il loro equilibrio e il loro diritto a crescere?

Perché il tema non è scegliere tra una teoria e un’altra.

Il tema è costruire una cultura dell’infanzia che riconosca nei bambini non l’oggetto delle decisioni degli adulti, ma i protagonisti del proprio percorso di crescita.

E questa dovrebbe essere la priorità di ogni Paese che voglia investire seriamente nel proprio futuro.