La salute mentale dei bambini si protegge prima della diagnosi

I numeri descrivono un disagio crescente, ma la risposta non può cominciare soltanto quando un bambino arriva davanti a uno specialista. Famiglia, scuola, servizi sociali, pediatria e sanità devono diventare una vera rete. Curare è indispensabile. Accorgersi prima lo è altrettanto.

Un bambino non dovrebbe dover stare abbastanza male da diventare un “caso” perché il mondo degli adulti inizi ad ascoltarlo.

È probabilmente da qui che bisogna partire quando parliamo di salute mentale nell’infanzia e nell’adolescenza.

Un recente intervento di Angelo Palmieri pubblicato da VITA, significativamente intitolato La mente che nessuno cura, ha riportato l’attenzione sulle difficoltà strutturali del sistema italiano della salute mentale: servizi sotto pressione, profonde differenze territoriali, famiglie chiamate troppo spesso a colmare ciò che il sistema pubblico non riesce a garantire e una domanda di assistenza che continua a crescere. (Vita.it⁠)

È una riflessione che merita di essere raccolta.

Ma quando spostiamo lo sguardo sui bambini e sugli adolescenti dobbiamo compiere un passo ulteriore.

Per Uguali per i Figli, infatti, la questione non riguarda soltanto quante persone riusciamo a curare.

Riguarda soprattutto quante riusciamo ad ascoltare prima che sia necessario curarle.

I numeri non consentono più di considerare il fenomeno marginale

Nel novembre 2025 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato il primo quadro complessivo dedicato alla salute mentale dei bambini e dei giovani nella Regione europea.

Il dato è impressionante: un bambino o adolescente su sette tra 0 e 19 anni convive con una condizione di salute mentale. La prevalenza è aumentata di circa un terzo negli ultimi quindici anni e, tra le ragazze di età compresa tra 15 e 19 anni, il rapporto arriva a una su quattro. (Organizzazione Mondiale della Sanità⁠)

L’OMS rileva contemporaneamente significative carenze nell’offerta: in un Paese europeo su quattro mancano servizi territoriali di salute mentale specificamente rivolti a bambini, adolescenti e giovani, mentre la qualità e l’accessibilità delle cure rimangono fortemente disomogenee. (Organizzazione Mondiale della Sanità⁠)

Anche il quadro italiano merita attenzione.

UNICEF Italia ricorda che già nel 2019 si stimavano circa 956 mila ragazzi e ragazze tra i 10 e i 19 anni con problemi di salute mentale, pari al 16,6% della popolazione di quella fascia di età. La stessa organizzazione sottolinea il ruolo protettivo delle relazioni positive, delle cure familiari adeguate e degli ambienti scolastici sicuri. (Una donazione per aiutare i bambini⁠)

Nel frattempo, la pressione sui servizi di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza è cresciuta enormemente. Le stime richiamate dalla Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza indicano oltre 600mila utenti seguiti dai servizi pubblici e un numero di accessi praticamente raddoppiato nell’arco di meno di dieci anni, con fortissime differenze fra territori. (Doctor33⁠)

Sono numeri che devono preoccuparci.

Ma i numeri, da soli, non ci dicono ancora come dobbiamo reagire.

Il primo errore sarebbe aspettare la patologia

Quando un sistema concentra quasi tutta la propria attenzione sulla fase in cui un disturbo è già manifesto, rischia di arrivare inevitabilmente tardi.

La salute mentale di un bambino non comincia nella stanza dello psicologo o nell’ambulatorio del neuropsichiatra.

Comincia molto prima.

Comincia nella qualità delle sue relazioni affettive.

Nella sicurezza che percepisce dentro casa.

Nel modo in cui viene ascoltato dagli adulti.

Nella scuola che frequenta.

Nei rapporti con i coetanei.

Nel sentirsi accolto oppure giudicato.

Nella possibilità di sbagliare senza sentirsi inadeguato.

Nella capacità degli adulti di riconoscere un cambiamento prima che quel cambiamento diventi un grido.

I dati internazionali mostrano, per esempio, un indebolimento di alcune reti protettive essenziali. Tra il 2018 e il 2022, nei Paesi analizzati dall’OMS, la quota di adolescenti che riferisce un elevato sostegno familiare è diminuita dal 73% al 67%, mentre è cresciuta la pressione scolastica, soprattutto tra le ragazze quindicenni. (Organizzazione Mondiale della Sanità⁠)

Questo significa che parlare di salute mentale dei minori esclusivamente come problema sanitario sarebbe riduttivo.

È anche un problema educativo, familiare, sociale e culturale.

La scuola deve saper vedere. Ma non deve trasformarsi in un ambulatorio

Anche su questo occorre equilibrio.

Chiedere alla scuola di partecipare alla prevenzione non significa chiedere agli insegnanti di diventare psicologi.

L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza e l’Istituto Superiore di Sanità lo hanno espresso con chiarezza nella ricerca dedicata a neurosviluppo e salute mentale di bambini e adolescenti: gli insegnanti non hanno il compito di diagnosticare o trattare, ma, trascorrendo molte ore accanto ai ragazzi, possono avere un ruolo fondamentale nell’intercettare un disagio, riconoscere segnali significativi e orientare, quando necessario, verso i servizi competenti. (Garante Infanzia⁠)

È una distinzione fondamentale.

Una scuola attenta non diagnostica.

Osserva. Ascolta. Dialoga. Segnala quando serve.

E soprattutto non lascia solo un bambino che sta cercando, magari attraverso un comportamento difficile, di comunicare qualcosa che non sa ancora esprimere a parole.

Per questo anche la presenza strutturale di competenze psicologiche nella comunità scolastica può rappresentare uno strumento prezioso, purché inserito in una rete territoriale e non concepito come un servizio isolato. L’Autorità garante richiama proprio la necessità di collegare l’eventuale psicologia scolastica alle équipe territoriali e sociosanitarie. (Garante Infanzia⁠)

Anche la famiglia ha bisogno di essere sostenuta, non lasciata sola

C’è poi un’altra semplificazione che dobbiamo evitare.

Quando un bambino manifesta una sofferenza, non possiamo oscillare tra due estremi: attribuire automaticamente la responsabilità alla famiglia oppure consegnare alla famiglia l’intero peso della soluzione.

I genitori hanno una responsabilità educativa fondamentale.

Ma anche i genitori possono avere bisogno di strumenti, orientamento e sostegno.

UNICEF individua espressamente tra le priorità la promozione della genitorialità positiva, il sostegno al benessere mentale dei caregiver e la costruzione di ambienti familiari, scolastici e comunitari capaci di proteggere bambini e adolescenti. (Una donazione per aiutare i bambini⁠)

La ricerca AGIA-ISS arriva alla stessa conclusione: tutelare la salute mentale dei bambini significa anche rafforzare il benessere e la resilienza delle famiglie, aiutandole a riconoscere precocemente i segnali di allarme e a chiedere tempestivamente aiuto quando è necessario. (Garante Infanzia⁠)

Una famiglia informata non sostituisce lo specialista.

Ma può arrivare allo specialista prima.

E molte volte quel “prima” può fare una differenza enorme.

Attenzione, però, a non trasformare ogni sofferenza in una malattia

Rafforzare la cultura della salute mentale comporta anche una responsabilità opposta: evitare la medicalizzazione dell’infanzia.

Un bambino può essere triste.

Può avere paura.

Può attraversare una fase di rabbia.

Può soffrire per una separazione familiare, una perdita, un conflitto, un cambiamento di scuola, un’amicizia difficile, il bullismo, l’isolamento, una pressione eccessiva o una situazione che sente di non riuscire a governare.

Tutto questo merita attenzione.

Ma sofferenza e patologia non sono sinonimi.

Il rischio sarebbe quello di sostituire una vecchia cultura che ignorava il disagio con una nuova cultura che assegna immediatamente un’etichetta clinica a ogni comportamento.

Nessuna delle due protegge davvero il bambino.

Un approccio autenticamente child-centered richiede invece di chiedersi:

Che cosa sta vivendo questo bambino?

Che cosa sta cercando di comunicarci?

Quali elementi del suo ambiente possono proteggerlo e quali, invece, possono contribuire al suo disagio?

E soltanto dopo:

Di quale aiuto ha realmente bisogno?

Non per negare la cura.

Precisamente per renderla più appropriata.

La salute mentale non può essere divisa in compartimenti

La ricerca dell’Autorità garante e dell’Istituto Superiore di Sanità offre una conclusione che dovrebbe diventare un principio di politica pubblica: welfare, scuola e sistema sanitario concorrono insieme alla tutela del neurosviluppo e della salute mentale dei bambini.

La protezione socioeconomica delle famiglie agisce indirettamente; la scuola e i servizi sanitari intervengono direttamente; ma per ottenere risultati servono strategie coordinate, capillari e uniformi sul territorio nazionale. (Garante Infanzia⁠)

È esattamente qui che si gioca, a nostro avviso, la partita dei prossimi anni.

Non possiamo continuare ad avere:

una scuola che vede una parte del problema;

un pediatra che ne vede un’altra;

un servizio sociale che dispone di altre informazioni;

una famiglia che ne custodisce altre ancora;

e infine un servizio sanitario chiamato a intervenire quando il disagio è diventato emergenza.

La rete esiste davvero soltanto quando comunica.

Diversamente esistono singoli nodi, ciascuno competente nel proprio settore, ma il bambino rimane nello spazio vuoto tra uno e l’altro.

Il nuovo Piano nazionale è un’opportunità. Ora bisogna trasformarlo in realtà

Il 29 dicembre 2025 la Conferenza Unificata ha approvato il Piano di Azioni Nazionale per la Salute Mentale 2025-2030 – PANSM, che aggiorna la strategia nazionale e punta anche al rafforzamento della rete territoriale e dell’integrazione dei percorsi. (Salute⁠)

La legge di bilancio 2026 ha accompagnato il nuovo Piano con risorse aggiuntive: 80 milioni di euro nel 2026, 85 milioni nel 2027 e 90 milioni nel 2028. (Salute⁠)

È un segnale importante.

Ma qui condividiamo il punto sollevato dall’articolo di VITA: i finanziamenti sono necessari, ma da soli non costruiscono un modello. (Vita.it⁠)

Possiamo assumere professionisti e continuare ad avere servizi che non dialogano.

Possiamo istituire nuovi sportelli e continuare ad arrivare tardi.

Possiamo moltiplicare le procedure e non riuscire comunque a costruire intorno al bambino una presa in carico comprensibile, accessibile e continuativa.

La qualità di una politica pubblica non si misura soltanto nelle risorse stanziate.

Si misura nella capacità di quelle risorse di raggiungere concretamente chi ne ha bisogno.

La proposta culturale: passare dalla gestione del disagio alla comunità che protegge

Uguali per i Figli ritiene necessario un cambio di prospettiva.

Non dobbiamo costruire soltanto un sistema più capace di curare il disagio minorile.

Dobbiamo costruire una comunità più capace di prevenirlo, riconoscerlo e accompagnarlo.

Questo significa rafforzare almeno cinque dimensioni:

  • prevenzione e alfabetizzazione emotiva fin dall’infanzia;
  • sostegno concreto alla funzione genitoriale;
  • formazione di insegnanti ed educatori nel riconoscimento dei segnali di disagio, senza attribuire loro funzioni diagnostiche;
  • collegamento stabile tra scuola, pediatria, servizi sociali, psicologia territoriale e neuropsichiatria infantile;
  • accesso tempestivo ai servizi specialistici quando la situazione lo richiede, indipendentemente dalla Regione o dalle condizioni economiche della famiglia.

Ma significa anche un’altra cosa.

Ascoltare i bambini.

Non semplicemente parlare di loro.

Non limitarsi a interpretarli attraverso il racconto degli adulti.

La persona di minore età deve progressivamente trovare, secondo la propria età e capacità di discernimento, spazi nei quali il suo vissuto possa essere raccolto con competenza, rispetto e senza condizionamenti.

Perché nessuna politica sulla salute mentale può definirsi davvero centrata sull’infanzia se il bambino rimane l’unico soggetto di cui tutti parlano e che nessuno ascolta.

Prima dei bambini vengono le responsabilità degli adulti

Quando un adolescente arriva a manifestare un disagio profondo, domandarsi che cosa non abbia funzionato non significa necessariamente cercare un colpevole.

Significa cercare dove la rete poteva accorgersi prima.

Dove una famiglia poteva essere sostenuta.

Dove una scuola poteva intercettare.

Dove un servizio poteva comunicare con un altro.

Dove un adulto avrebbe potuto fare una domanda in più.

Dove un ragazzo avrebbe potuto trovare qualcuno disposto ad ascoltare una risposta difficile.

La salute mentale dei bambini non può diventare l’ennesima emergenza alla quale reagire quando i numeri diventano insostenibili.

È una responsabilità ordinaria delle istituzioni e della comunità.

Per questo la sfida non è soltanto portare più bambini dentro i servizi.

La sfida più ambiziosa è costruire intorno a ogni bambino un ambiente capace di proteggerne il benessere prima che la sofferenza diventi patologia e, quando la patologia esiste, assicurargli cure tempestive, competenti e continuative.

È questa la differenza tra un sistema che aspetta il disagio e una comunità che si prende cura.

E se davvero vogliamo mettere i bambini al centro, è da qui che dobbiamo cominciare.

Mauro Sica
Segretario Generale – Uguali per i Figli ETS


FONTI

  • VITA, Angelo Palmieri, La mente che nessuno cura, 7 agosto 2026. (Vita.it⁠)
  • Ministero della Salute, Piano di Azioni Nazionale per la Salute Mentale 2025-2030 – PANSM. (Salute⁠)
  • Ministero della Salute, Rapporto Salute Mentale – dati 2024, pubblicato il 20 aprile 2026. (Salute⁠)
  • Ministero della Salute, comunicato sull’approvazione del PANSM 2025-2030 e sulle risorse previste dalla legge di bilancio 2026. (Salute⁠)
  • World Health Organization – Regional Office for Europe, Child and youth mental health in the WHO European Region, 2025. (Organizzazione Mondiale della Sanità⁠)
  • UNICEF Italia, dossier Salute mentale. (Una donazione per aiutare i bambini⁠)
  • Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza – Istituto Superiore di Sanità, ricerca su neurosviluppo e salute mentale di bambini e adolescenti. (Garante Infanzia⁠)
  • WHO Europe – HBSC, dati su sostegno familiare, relazioni e pressione scolastica tra gli adolescenti. (Organizzazione Mondiale della Sanità⁠)