Conflitto di lealtà, triangolazione, parentificazione, silenzi e compiacenza: dare un nome alle dinamiche senza trasformarle in etichette
Mauro Sica – Segretario Generale, Uguali per i Figli ETS
Un bambino dovrebbe poter dire:
“Sono stato bene.”
Senza chiedersi se qualcuno ne soffrirà.
Dovrebbe poter dire:
“Mi manca mamma.”
“Voglio vedere papà.”
“Sono arrabbiato.”
“Oggi non voglio andare.”
“Mi sono divertito.”
Senza dover prima osservare il volto dell’adulto che ha davanti per capire quale risposta sia più sicura.
Quando invece un bambino comincia a selezionare le proprie parole, nascondere una gioia, proteggere un adulto, anticiparne le reazioni o assumersi responsabilità emotive che non gli appartengono, il problema non è soltanto ciò che sta accadendo tra gli adulti.
Il problema diventa ciò che sta accadendo dentro il bambino.
Ed è da lì che bisogna partire.
Non dalle diagnosi attribuite ai genitori.
Non dalle etichette utilizzate nel conflitto.
Non dalla necessità di trovare immediatamente un colpevole.
Ma da una domanda molto più concreta: questo bambino è ancora libero di sentire, amare, raccontare e cambiare idea senza avere paura delle conseguenze sugli adulti?
La Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia riconosce al minore il diritto di esprimere liberamente le proprie opinioni nelle questioni che lo riguardano. Il Comitato ONU ha chiarito che “liberamente” significa proprio senza pressioni, manipolazioni o influenze indebite e che il bambino deve poter esprimere la propria prospettiva, non quella di altri. (www2.ohchr.org)
Questa libertà non è un dettaglio.
È parte della protezione.
Le parole servono a capire, non a condannare
Esistono concetti psicologici utili per descrivere ciò che può accadere nelle relazioni familiari: conflitto di lealtà, triangolazione, parentificazione, insicurezza emotiva.
Esistono poi espressioni descrittive come ipervigilanza relazionale, compiacenza, autocensura emotiva.
Nessuno di questi termini, preso isolatamente, dimostra che qualcuno abbia manipolato un bambino.
Servono piuttosto a formulare domande.
A ricostruire una storia.
A verificare ipotesi differenti.
Le linee guida professionali per le valutazioni nei procedimenti familiari insistono sulla necessità di raccogliere dati pertinenti, mantenere obiettività e imparzialità e utilizzare procedure metodologicamente fondate, proprio perché le conclusioni possono incidere profondamente sulla vita dei bambini e delle famiglie. (AFCC_NET)
Descrivere una dinamica non significa diagnosticare una persona.
È questa la prima distinzione da non perdere.
1. Conflitto di lealtà: quando amare qualcuno sembra significare tradire qualcun altro
Il conflitto di lealtà nasce quando il bambino percepisce che il proprio legame con una persona importante può essere vissuto come un’offesa, una perdita o un tradimento nei confronti di un’altra.
Non è necessario che qualcuno gli dica esplicitamente:
“Devi scegliere.”
Può bastare che il bambino impari, attraverso le reazioni degli adulti, che alcune emozioni sono più accettabili di altre.
Può cominciare a pensare:
“Se dico che sono stato bene con papà, mamma ci resterà male?”
oppure:
“Se dico che mi manca mamma, papà penserà che non voglio stare con lui?”
oppure ancora:
“Se racconto davvero quello che penso, cosa succederà dopo?”
Gli studi sui figli coinvolti nel conflitto intergenitoriale descrivono proprio il sentirsi “presi in mezzo” come una dimensione associata al conflitto tra gli adulti e al benessere psicologico dei figli. La triangolazione e i conflitti di lealtà sono stati inoltre studiati come possibili meccanismi attraverso cui il conflitto familiare può incidere sull’adattamento del minore. (PubMed)
Come può manifestarsi
Il bambino può:
- evitare di parlare di un genitore davanti all’altro;
- minimizzare esperienze positive;
- controllare le parole che utilizza;
- cambiare argomento quando teme una reazione;
- cercare continuamente rassicurazioni;
- provare senso di colpa dopo essere stato bene con qualcuno;
- sentirsi obbligato a prendere posizione;
- mostrare una rigidità insolita nel giudizio su uno degli adulti.
Ma nessuno di questi comportamenti, isolatamente, consente di stabilirne automaticamente la causa.
Il segnale apre una domanda. Non chiude un’indagine.
2. Triangolazione: quando il bambino viene portato dentro una relazione che appartiene agli adulti
La triangolazione è un processo nel quale il bambino viene coinvolto nella tensione tra due adulti e finisce per assumere una funzione all’interno del loro rapporto.
La ricerca la descrive, per esempio, quando un figlio viene spinto a schierarsi, distrae o cerca di pacificare gli adulti, trasporta informazioni o viene coinvolto nelle loro interazioni conflittuali. (PubMed Central (PMC))
Il bambino può diventare:
il messaggero
“Dillo tu a tua madre.”
l’investigatore
“Chi c’era? Cosa avete fatto? Cosa ha detto?”
il giudice
“Dimmi chi ha ragione.”
il testimone
“Tu sai come si comporta.”
l’alleato
“Tu almeno mi capisci.”
il pacificatore
“Parlaci tu, magari ti ascolta.”
il confidente
“Posso dirlo soltanto a te.”
Il problema non sta soltanto nella singola frase.
Sta nel ruolo che progressivamente viene assegnato al minore.
Un figlio non dovrebbe essere il terzo componente del rapporto tra due adulti.
3. Parentificazione: quando il figlio comincia a prendersi cura dell’adulto
Il termine scientificamente più preciso è parentificazione: una dinamica nella quale un bambino o un adolescente assume responsabilità e funzioni tipiche dell’adulto, non adeguate al proprio livello di sviluppo. La letteratura distingue forme più pratiche da forme prevalentemente emotive. (PubMed Central (PMC))
Non significa che un bambino non possa aiutare in famiglia.
Aiutare, collaborare e assumere responsabilità adeguate all’età fanno parte della crescita.
Il problema nasce quando si verifica un’inversione stabile dei ruoli.
Quando cioè è il bambino a dover sostenere psicologicamente l’adulto.
Può accadere quando sente di dover:
- consolare;
- tranquillizzare;
- proteggere;
- tenere compagnia;
- mediare;
- controllare lo stato emotivo dell’adulto;
- ascoltare problemi economici, giudiziari o sentimentali;
- sentirsi responsabile della sua solitudine;
- evitare comportamenti normali per paura di farlo soffrire.
La ricerca sulla parentificazione la associa, in determinate condizioni e soprattutto quando il carico è sproporzionato e non compensato da sostegno adulto, a difficoltà di adattamento e a una maggiore percezione di minaccia e responsabilità familiare. (PubMed Central (PMC))
Un bambino può essere affettuoso.
Non deve diventare il terapeuta del proprio genitore.
4. Ipervigilanza relazionale: il bambino che impara a leggere la stanza prima di parlare
“Ipervigilanza relazionale” non è qui utilizzata come diagnosi.
È un’espressione descrittiva.
Serve a rappresentare quel bambino che sembra sviluppare un’attenzione continua alle reazioni degli adulti.
Prima di parlare guarda.
Prima di raccontare valuta.
Prima di manifestare entusiasmo controlla l’umore di chi lo ascolta.
Impara quali argomenti fanno arrabbiare qualcuno.
Quali parole provocano tristezza.
Quali risposte fanno terminare più rapidamente una discussione.
La teoria della sicurezza emotiva ha studiato proprio il modo in cui l’esposizione al conflitto può portare alcuni bambini a organizzare le proprie risposte attorno alla necessità di preservare sicurezza e stabilità emotiva. Insicurezza, distress, evitamento e rappresentazioni negative delle relazioni possono diventare parte di questo processo adattivo. (PubMed Central (PMC))
E qui può verificarsi un paradosso.
Il bambino apparentemente più “bravo”, più controllato e più maturo potrebbe essere proprio quello che sta facendo uno sforzo enorme per non destabilizzare nessuno.
5. Compiacenza: dire ciò che mantiene l’ambiente emotivamente sicuro
Un bambino dipende dagli adulti.
Per questo possiede una straordinaria capacità di adattamento.
Può imparare che una determinata risposta produce serenità mentre un’altra produce tensione.
E progressivamente può orientarsi verso la risposta che protegge la relazione.
Non necessariamente perché qualcuno gli abbia impartito un ordine.
Talvolta perché ha imparato da solo quale comportamento mantiene l’ambiente più prevedibile.
La compiacenza deve quindi essere letta con prudenza.
Non è prova di manipolazione.
Può essere un modo attraverso cui il bambino cerca sicurezza.
La domanda diventa: quando parla, sta raccontando ciò che pensa o sta anche cercando di prendersi cura della reazione di chi lo ascolta?
6. Silenzio e autocensura: quando non dire diventa più sicuro che raccontare
Esistono bambini che parlano molto.
Ed esistono bambini che imparano a non parlare.
Il silenzio può assumere forme differenti:
“Non voglio parlarne.”
“Non mi ricordo.”
“Non posso dirtelo.”
“È un segreto.”
“Non dire che te l’ho detto.”
Oppure può non esserci alcuna frase.
Soltanto un cambio di argomento.
Una tensione.
Uno sguardo.
Una risposta improvvisamente breve.
Anche per questo il Comitato ONU ricorda che i bambini, soprattutto i più piccoli, comunicano non soltanto verbalmente ma anche attraverso gioco, espressioni, linguaggio corporeo, disegno e altre forme non verbali. (www2.ohchr.org)
Il silenzio non dimostra da solo che qualcosa sia accaduto.
Ma neppure può essere considerato automaticamente assenza di contenuto.
Va compreso nel suo contesto.
7. Denigrazione e svalutazione: quando il bambino viene esposto alla demolizione di una persona che ama
Un bambino può essere coinvolto anche attraverso commenti ripetuti e svalutanti nei confronti di una persona per lui significativa.
Può ascoltare giudizi sulla sua moralità, capacità, affidabilità, intelligenza o valore.
Anche in questo caso il centro non deve essere l’offesa subita dall’adulto.
Il centro è il bambino che la ascolta.
Perché quel bambino potrebbe continuare ad amare proprio la persona che viene svalutata.
E allora può trovarsi davanti a una scelta impossibile: difenderla e rischiare di contraddire l’adulto presente, oppure tacere e sentirsi infedele verso la persona assente.
Gli studi sulla triangolazione post-separazione includono tra le condotte rilevanti proprio il coinvolgimento dei figli nelle ostilità intergenitoriali, compresa la denigrazione dell’altro genitore. (PubMed Central (PMC))
Qui la tutela non consiste nel proibire al bambino sentimenti negativi.
Consiste nel lasciargli la libertà di costruire la propria esperienza delle relazioni.
8. Il bambino utilizzato come fonte, messaggero o prova
C’è poi una dimensione particolarmente delicata nei contesti giudiziari e di tutela.
La parola del bambino è essenziale.
Ma proprio perché è essenziale deve essere protetta.
Un bambino non può diventare:
- l’investigatore della famiglia;
- il raccoglitore di informazioni;
- il portatore di accuse;
- il depositario delle strategie processuali;
- il soggetto al quale viene ripetutamente chiesto di confermare una versione;
- colui sul quale viene fatta gravare la responsabilità della decisione finale.
Il diritto all’ascolto non equivale al dovere di decidere.
Il Comitato ONU chiarisce che esprimere la propria opinione è un diritto, non un obbligo, che il bambino deve essere libero da pressioni e influenze indebite e che non dovrebbe essere intervistato più volte del necessario, soprattutto quando vengono esplorati eventi potenzialmente traumatici. (www2.ohchr.org)
Per questo una frase merita di essere scolpita: Un bambino deve poter essere ascoltato senza diventare responsabile delle conseguenze di ciò che racconta.
La decisione appartiene agli adulti e alle istituzioni.
La voce appartiene al bambino.
9. Quando il bambino cambia versione
Uno degli errori più pericolosi è pensare:
“Ha cambiato versione, quindi mente.”
Oppure l’opposto:
“Ha cambiato versione, quindi qualcuno lo ha manipolato.”
Non necessariamente.
Le dichiarazioni di un bambino vanno comprese considerando età, sviluppo, contesto, modalità delle domande, relazione con l’interlocutore, paura, memoria, informazioni ricevute e condizioni emotive.
Per questo la valutazione seria non dovrebbe partire dalla conclusione.
Dovrebbe ricostruire:
- cosa è stato detto;
- quando;
- davanti a chi;
- dopo quali eventi;
- con quali parole;
- con quale spontaneità;
- se il racconto varia tra contesti differenti;
- se esistono altri elementi coerenti o discordanti;
- quali spiegazioni alternative possono rendere conto del cambiamento.
Le linee guida APA e AFCC richiamano proprio un metodo evidence-based, informato psicologicamente e basato sulla raccolta e valutazione equilibrata delle informazioni pertinenti. (AFCC_NET)
10. Quando un bambino rifiuta una persona: il comportamento non contiene già la spiegazione
Lo stesso principio vale quando un bambino manifesta un rifiuto.
Il rifiuto è un fatto da comprendere. Non è ancora una diagnosi della sua causa.
Un bambino potrebbe allontanarsi da qualcuno perché:
- ha vissuto un’esperienza negativa;
- prova paura;
- ha assistito o è stato esposto a violenza;
- ha sperimentato trascuratezza o comportamenti inadeguati;
- vive un conflitto di lealtà;
- percepisce aspettative provenienti da un adulto;
- cerca di proteggere qualcuno;
- attraversa una fase evolutiva;
- reagisce a cambiamenti familiari;
- esprime rabbia;
- combina più di uno di questi fattori.
È precisamente qui che le scorciatoie diventano pericolose.
Prima viene il fatto. Poi la ricostruzione. Solo dopo l’interpretazione.
11. Conflittualità e violenza non sono la stessa cosa
Questo passaggio è fondamentale.
Non ogni situazione difficile tra adulti è “conflitto”.
La violenza, il maltrattamento, la coercizione e le condizioni di pericolo richiedono una valutazione specifica.
Quando esistono elementi che indicano possibile violenza o abuso, la priorità è comprendere la sicurezza del bambino e delle persone coinvolte.
Non si può trasformare automaticamente la paura di un bambino in “conflitto di lealtà”.
Non si può interpretare una reazione protettiva come semplice condizionamento.
E non si può, all’opposto, utilizzare l’esistenza di conflittualità per escludere aprioristicamente che possano esservi condotte manipolative o pressioni.
Le linee guida professionali internazionali distinguono infatti la valutazione della violenza nelle controversie familiari e sottolineano l’importanza di metodologie specifiche per identificarne presenza, caratteristiche e impatto sulla sicurezza. (AFCC_NET)
La tutela richiede capacità di distinguere, non di uniformare.
12. “Alienazione parentale”: perché un’etichetta non può sostituire l’analisi
Nel dibattito pubblico e giudiziario ricorre frequentemente anche l’espressione “alienazione parentale”.
È necessario però essere precisi.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha deciso di non includere “parental alienation” come termine dell’ICD-11 e ne ha rimosso anche l’indicizzazione, precisando che non si tratta di un termine sanitario. L’ICD-11 contiene invece la categoria più generale relativa ai problemi nella relazione caregiver-bambino. (Organizzazione Mondiale della Sanità)
Questo non significa negare che un bambino possa essere sottoposto a pressioni, denigrazione, triangolazione, condizionamenti o interferenze relazionali.
Significa qualcosa di più rigoroso: quelle condotte vanno dimostrate attraverso fatti e processi osservabili, non presunte attraverso una formula.
È esattamente la scelta che riteniamo più utile per proteggere i bambini.
Meno etichette.
Più ricostruzione.
13. Cosa rischia il bambino
Le conseguenze non sono identiche per tutti.
Età, temperamento, durata dell’esposizione, intensità degli eventi, qualità delle relazioni protettive e presenza di adulti affidabili modificano profondamente gli esiti.
La letteratura associa tuttavia il coinvolgimento persistente dei bambini nel conflitto intergenitoriale e l’insicurezza emotiva a maggiori difficoltà internalizzanti ed esternalizzanti, problemi relazionali e di adattamento; gli studi sulla parentificazione segnalano analogamente rischi quando il carico assunto dal figlio diventa sproporzionato rispetto alla sua età e alle sue risorse. (PubMed Central (PMC))
Ma forse il rischio più difficile da vedere è precedente al sintomo.
È quando il bambino impara una regola: “Per mantenere le persone che amo devo controllare quello che sento.”
A quel punto può perdere progressivamente una parte della propria spontaneità.
14. I segnali: indicatori da comprendere, non prove contro qualcuno
Scuola, pediatri, servizi sociali, psicologi, curatori, avvocati e magistrati possono incontrare comportamenti che meritano attenzione:
- improvvisa rigidità nelle opinioni;
- linguaggio molto adulto per l’età;
- preoccupazione per questioni processuali o economiche;
- senso di responsabilità per il benessere di un genitore;
- paura di raccontare esperienze positive vissute con qualcuno;
- necessità di sapere chi verrà informato di ciò che dice;
- segreti imposti o percepiti;
- forte preoccupazione per le reazioni degli adulti;
- ruolo di mediatore o messaggero;
- cambiamenti significativi prima o dopo determinati passaggi;
- difficoltà a esprimere sentimenti ambivalenti;
- frasi che sembrano estranee al livello di sviluppo del bambino;
- sintomi emotivi, comportamentali o somatici insorti nel tempo.
Nessuno di questi elementi è autosufficiente.
Sono indicatori che richiedono approfondimento.
15. La domanda più importante non è “con chi vuole stare?”
Esiste una domanda molto più profonda.
“Quanto è libero questo bambino mentre risponde?”
Può dire una cosa positiva su entrambe le persone?
Può criticarle entrambe?
Può essere arrabbiato senza paura di perderle?
Può cambiare idea?
Può dire “non lo so”?
Può rifiutarsi di parlare?
Può raccontare una giornata felice senza sentirsi colpevole?
Può amare senza dover dimostrare fedeltà?
Può esprimere una preferenza senza sentirsi responsabile della decisione degli adulti?
Queste domande non servono a stabilire quale adulto abbia ragione.
Servono a capire quanto spazio psicologico possiede ancora il bambino.
16. Come si protegge quella libertà
Proteggere un minore significa anche sottrarlo a responsabilità che non gli appartengono.
Significa:
non utilizzarlo come messaggero;
non chiedergli informazioni sull’altro ambiente familiare;
non trasformarlo nel confidente delle difficoltà adulte;
non esporglo a strategie giudiziarie;
non chiedergli di scegliere;
non suggerirgli ciò che dovrebbe pensare;
non premiarlo emotivamente quando prende una posizione;
non ritirare affetto quando esprime un’opinione sgradita;
non interrogarlo ripetutamente;
non confondere ascolto e investigazione.
E per chi professionalmente deve valutarlo significa un’altra cosa essenziale: formulare più ipotesi e cercare gli elementi che possono confermarle oppure smentirle.
Le linee guida internazionali sulle valutazioni familiari richiamano proprio la necessità di pratiche informate dalle evidenze, obiettive e trasparenti, evitando che convinzioni preesistenti sostituiscano l’analisi dei dati. (AFCC_NET)
La voce del bambino è un diritto, non un verdetto
Essere child-centered non significa credere automaticamente a qualsiasi interpretazione adulta della parola del bambino.
E non significa neppure dubitarne automaticamente.
Significa prenderla sul serio.
Proteggerla.
Contestualizzarla.
Comprendere come si è formata.
Ascoltare anche ciò che il bambino non riesce ancora a dire.
E impedirgli di diventare il luogo nel quale gli adulti continuano le proprie battaglie.
La protezione dell’infanzia riguarda anche una libertà invisibile: la libertà di amare senza tradire nessuno.
La libertà di essere arrabbiato senza perdere qualcuno.
La libertà di avere sentimenti contraddittori.
La libertà di dire “non lo so”.
La libertà di cambiare idea.
La libertà di raccontare senza diventare una prova.
La libertà di non occuparsi del dolore degli adulti.
Perché un figlio non deve essere fedele a una parte.
Deve poter essere fedele a se stesso.
Fonti scientifiche e istituzionali essenziali
- Comitato ONU sui diritti dell’infanzia, General Comment n. 12 – The right of the child to be heard: libertà dell’espressione del minore, assenza di pressioni e manipolazioni, tutela durante l’ascolto. (www2.ohchr.org)
- World Health Organization – ICD-11, precisazioni sulla terminologia “parental alienation” e sulla categoria caregiver-child relationship problem. (Organizzazione Mondiale della Sanità)
- American Psychological Association, Guidelines for Child Custody Evaluations e Guidelines for Psychological Evaluations in Child Protection Matters. (APA)
- Association of Family and Conciliation Courts, Guidelines for Parenting Plan Evaluations in Family Law Cases, 2022. (AFCC_NET)
- Buehler C. et al., ricerca sulla triangolazione dei figli nel conflitto genitoriale. (PubMed Central (PMC))
- O’Hara K.L. et al., studi longitudinali su conflitto intergenitoriale, triangolazione e sicurezza emotiva. (PubMed Central (PMC))
- Dariotis J.K. et al., approfondimento scientifico sulla parentificazione e sulle sue differenti traiettorie evolutive. (PubMed Central (PMC))


