Il diritto del minore ad essere ascoltato tra tutela, responsabilità e protezione
Ascoltare un bambino non significa chiedergli di scegliere
Il diritto del minore ad essere ascoltato tra tutela, responsabilità e protezione
di Avv. Anna Maria Pizzolo
Negli ultimi anni il diritto all’ascolto del minore è entrato sempre più spesso nel dibattito pubblico, nelle aule giudiziarie e nei percorsi di tutela dell’infanzia.
Si tratta di una conquista importante, frutto di un lungo percorso culturale e giuridico che ha portato a riconoscere il bambino non più come semplice destinatario delle decisioni degli adulti, ma come persona titolare di diritti propri, portatrice di emozioni, bisogni, opinioni e vissuti che meritano attenzione e rispetto.
La Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza riconosce espressamente il diritto del minore ad essere ascoltato in tutte le questioni che lo riguardano. Lo stesso principio è stato progressivamente recepito dalla normativa europea e dall’ordinamento italiano, fino a diventare uno dei pilastri della moderna tutela minorile.
Tuttavia, proprio perché si tratta di un diritto fondamentale, è necessario comprenderne correttamente il significato.
Il diritto all’ascolto: una conquista della tutela dell’infanzia
Per molti anni i bambini sono stati considerati esclusivamente destinatari delle decisioni prese dagli adulti.
Oggi sappiamo che ogni minore possiede una propria soggettività, una propria capacità di esprimere vissuti, bisogni e percezioni che meritano attenzione.
Ascoltare un bambino significa riconoscere il suo diritto ad essere visto, compreso e rispettato.
Significa considerare il suo punto di vista come un elemento importante nei percorsi educativi, sociali e giudiziari che lo riguardano.
Ma riconoscere questo diritto non significa attribuire al minore responsabilità che non gli competono.
Ed è proprio qui che nasce uno degli equivoci più diffusi.
Ascoltare non significa delegare
Uno degli errori più frequenti consiste nel confondere l’ascolto con la scelta.
Un bambino non deve essere chiamato a decidere tra mamma e papà.
Non deve essere investito della responsabilità di stabilire equilibri familiari.
Non deve essere trasformato nel giudice delle relazioni degli adulti.
Quando questo accade, il diritto all’ascolto rischia di trasformarsi nel suo contrario.
Il bambino non viene protetto, ma sovraccaricato.
Non viene aiutato ad esprimersi, ma esposto a responsabilità che non gli appartengono.
L’ascolto autentico serve a comprendere il vissuto del minore, non a trasferire sulle sue spalle il peso delle decisioni che spettano agli adulti e alle istituzioni.
Il rischio dell’adultizzazione
Esiste un fenomeno sempre più frequente che gli operatori incontrano nelle situazioni di elevata conflittualità familiare: l’adultizzazione del minore.
Accade quando il bambino viene progressivamente coinvolto nelle dinamiche, nelle preoccupazioni e nelle tensioni proprie del mondo adulto.
Gli vengono richieste valutazioni.
Gli vengono affidati messaggi.
Gli vengono attribuite responsabilità emotive che non dovrebbe sostenere.
Talvolta viene inconsapevolmente chiamato a prendere posizione.
Altre volte si sente investito del compito di proteggere uno dei genitori o di evitare ulteriori conflitti.
In questi casi il minore non sta esercitando liberamente il proprio diritto ad essere ascoltato.
Sta cercando di adattarsi a una situazione che percepisce come troppo complessa e gravosa per la sua età.
Il conflitto di lealtà
Tra le conseguenze più delicate delle separazioni altamente conflittuali vi è il cosiddetto conflitto di lealtà.
Il bambino ama entrambi i propri genitori.
Questa è la sua condizione naturale.
Quando percepisce che manifestare affetto verso uno dei due può essere vissuto come un tradimento dall’altro, si trova intrappolato in una posizione impossibile.
Può iniziare a censurare emozioni, parole e comportamenti.
Può imparare a dire ciò che ritiene più sicuro dire.
Può arrivare a nascondere parti di sé pur di non ferire le persone che ama.
Nessun bambino dovrebbe essere costretto a vivere una simile esperienza.
La tutela dell’infanzia passa anche dalla capacità degli adulti di proteggere i figli da queste dinamiche invisibili ma profondamente dolorose.
Il ruolo degli adulti
Il diritto all’ascolto del minore impone una responsabilità precisa agli adulti.
Genitori, magistrati, avvocati, operatori sociali, psicologi, educatori e insegnanti devono essere capaci di distinguere tra ciò che il bambino vive e ciò che gli adulti desiderano sentire.
Ascoltare un minore significa creare uno spazio sicuro nel quale possa esprimersi senza paura di conseguenze, senza pressioni e senza aspettative.
Significa accogliere il suo punto di vista senza trasformarlo in un peso.
Significa proteggerlo anche dal rischio di dover scegliere.
L’ascolto autentico richiede competenza, sensibilità e capacità di leggere i bisogni evolutivi del bambino nel rispetto della sua età e della sua maturità.
Una cultura della tutela
La vera sfida non consiste semplicemente nel garantire che il minore venga ascoltato.
La sfida consiste nel fare in modo che quell’ascolto sia realmente orientato alla sua protezione.
Ogni bambino ha diritto ad essere visto, compreso e rispettato.
Ma ha anche il diritto di continuare a fare il bambino.
Ha diritto a crescere libero dal peso delle responsabilità degli adulti.
Ha diritto a costruire la propria identità senza essere coinvolto in dinamiche che non gli appartengono.
Ha diritto a sentirsi amato da entrambe le proprie figure di riferimento senza dover scegliere da che parte stare.
Perché ascoltare un figlio non significa chiedergli di decidere il destino degli adulti.
Significa aiutarlo a raccontare il proprio mondo affinché siano gli adulti ad assumersi, finalmente, le proprie responsabilità.
Ed è proprio in questa capacità di ascoltare e proteggere che si misura la qualità di una società realmente attenta ai diritti dei bambini.



