Ogni genitore conosce quella scena.
Una stanza in disordine. Un gioco lasciato sul pavimento. Una sedia piena di vestiti. Una tavola da sparecchiare.
La reazione più immediata è quasi sempre la stessa:
«Metti a posto.»
«Riordina.»
«Raccogli.»
Sono richieste normali e spesso necessarie.
Ma dietro questi gesti quotidiani si nasconde una domanda educativa molto più profonda: stiamo insegnando ai nostri figli a eseguire o stiamo insegnando loro a vedere?
L’obbedienza non coincide con la responsabilità
Un bambino che svolge un compito richiesto sta imparando la collaborazione.
È importante.
Ma un bambino che si accorge autonomamente di un problema e decide di intervenire sta sviluppando qualcosa di ancora più prezioso: il senso di responsabilità.
La responsabilità nasce quando una persona impara a guardare ciò che la circonda, riconoscere un bisogno e sentirsi parte della soluzione.
Non riguarda soltanto la casa.
Riguarda il modo in cui si vive nella società.
Educare significa allenare lo sguardo
Le neuroscienze ci ricordano che molte delle competenze che utilizziamo ogni giorno dipendono dalle cosiddette funzioni esecutive.
Capacità di pianificare.
Organizzare.
Valutare.
Prendere decisioni.
Controllare gli impulsi.
Quando un bambino osserva un ambiente, individua un problema, immagina una soluzione e la realizza, sta allenando esattamente queste competenze.
Per questo motivo educare non significa soltanto dire cosa fare.
Significa aiutare i bambini a sviluppare uno sguardo attento sulla realtà.
La sfida educativa del nostro tempo
Viviamo in una società che offre continuamente istruzioni.
Notifiche.
Algoritmi.
Procedure.
Indicazioni.
I bambini imparano rapidamente a reagire agli stimoli.
Molto più raramente imparano ad accorgersi di ciò che accade intorno a loro.
Sanno rispondere.
Faticano ad anticipare.
Sanno eseguire.
Faticano ad osservare.
Eppure sarà proprio questa capacità a fare la differenza nel mondo che li attende.
Dalla casa alla comunità
Spesso consideriamo le piccole responsabilità quotidiane come semplici strumenti per insegnare ordine e disciplina.
In realtà il loro significato è molto più profondo.
Quando un bambino impara a prendersi cura di uno spazio condiviso, sta imparando che ciò che appartiene a tutti riguarda anche lui.
Sta imparando che la convivenza richiede partecipazione.
Che i problemi non sono sempre responsabilità di qualcun altro.
Che il bene comune esiste.
Sono principi che ritroverà nella scuola, nello sport, nel lavoro e nelle relazioni.
Accorgersi degli altri
Forse il punto più importante è proprio questo.
L’educazione non dovrebbe limitarsi a formare bambini capaci di svolgere compiti.
Dovrebbe formare persone capaci di accorgersi degli altri.
Di un compagno escluso.
Di un amico in difficoltà.
Di una fragilità.
Di una sofferenza.
Di un problema che nessuno sta affrontando.
La capacità di osservare un bisogno e decidere di intervenire rappresenta una delle forme più alte di maturità umana e sociale.
Il futuro che vogliamo costruire
Come comunità educante siamo spesso concentrati sui risultati.
Sui voti.
Sulle prestazioni.
Sulle competenze.
Sono aspetti importanti.
Ma rischiano di perdere significato se non vengono accompagnati dalla crescita della consapevolezza e del senso di responsabilità.
UPIF nasce da una convinzione semplice ma ambiziosa: il futuro dei figli non dipende soltanto dalle opportunità che sapremo offrire loro, ma anche dalla capacità di formare persone che si sentano parte della società in cui vivono.
Persone che non aspettino sempre che qualcuno intervenga.
Persone che sappiano osservare.
Comprendere.
Partecipare.
Contribuire.
Perché una società migliore non nasce da cittadini perfetti.
Nasce da cittadini attenti.
E forse il compito più importante dell’educazione non è insegnare ai bambini a fare ciò che viene chiesto.
È insegnare loro ad accorgersi del mondo.
E a sentirsi responsabili del futuro che costruiranno insieme.
Mauro Sica
Segretario Generale UPIF – Uguali Per i Figli
I figli non si toccano. Il loro futuro riguarda tutti.
NON CRESCIAMO BAMBINI OBBEDIENTI: INSEGNIAMO LORO AD ACCORGERSI DEGLI ALTRI
Ogni genitore conosce quella scena.
Una stanza in disordine. Un gioco lasciato sul pavimento. Una sedia piena di vestiti. Una tavola da sparecchiare.
La reazione più immediata è quasi sempre la stessa:
«Metti a posto.»
«Riordina.»
«Raccogli.»
Sono richieste normali e spesso necessarie.
Ma dietro questi gesti quotidiani si nasconde una domanda educativa molto più profonda: stiamo insegnando ai nostri figli a eseguire o stiamo insegnando loro a vedere?
L’obbedienza non coincide con la responsabilità
Un bambino che svolge un compito richiesto sta imparando la collaborazione.
È importante.
Ma un bambino che si accorge autonomamente di un problema e decide di intervenire sta sviluppando qualcosa di ancora più prezioso: il senso di responsabilità.
La responsabilità nasce quando una persona impara a guardare ciò che la circonda, riconoscere un bisogno e sentirsi parte della soluzione.
Non riguarda soltanto la casa.
Riguarda il modo in cui si vive nella società.
Educare significa allenare lo sguardo
Le neuroscienze ci ricordano che molte delle competenze che utilizziamo ogni giorno dipendono dalle cosiddette funzioni esecutive.
Capacità di pianificare.
Organizzare.
Valutare.
Prendere decisioni.
Controllare gli impulsi.
Quando un bambino osserva un ambiente, individua un problema, immagina una soluzione e la realizza, sta allenando esattamente queste competenze.
Per questo motivo educare non significa soltanto dire cosa fare.
Significa aiutare i bambini a sviluppare uno sguardo attento sulla realtà.
La sfida educativa del nostro tempo
Viviamo in una società che offre continuamente istruzioni.
Notifiche.
Algoritmi.
Procedure.
Indicazioni.
I bambini imparano rapidamente a reagire agli stimoli.
Molto più raramente imparano ad accorgersi di ciò che accade intorno a loro.
Sanno rispondere.
Faticano ad anticipare.
Sanno eseguire.
Faticano ad osservare.
Eppure sarà proprio questa capacità a fare la differenza nel mondo che li attende.
Dalla casa alla comunità
Spesso consideriamo le piccole responsabilità quotidiane come semplici strumenti per insegnare ordine e disciplina.
In realtà il loro significato è molto più profondo.
Quando un bambino impara a prendersi cura di uno spazio condiviso, sta imparando che ciò che appartiene a tutti riguarda anche lui.
Sta imparando che la convivenza richiede partecipazione.
Che i problemi non sono sempre responsabilità di qualcun altro.
Che il bene comune esiste.
Sono principi che ritroverà nella scuola, nello sport, nel lavoro e nelle relazioni.
Accorgersi degli altri
Forse il punto più importante è proprio questo.
L’educazione non dovrebbe limitarsi a formare bambini capaci di svolgere compiti.
Dovrebbe formare persone capaci di accorgersi degli altri.
Di un compagno escluso.
Di un amico in difficoltà.
Di una fragilità.
Di una sofferenza.
Di un problema che nessuno sta affrontando.
La capacità di osservare un bisogno e decidere di intervenire rappresenta una delle forme più alte di maturità umana e sociale.
Il futuro che vogliamo costruire
Come comunità educante siamo spesso concentrati sui risultati.
Sui voti.
Sulle prestazioni.
Sulle competenze.
Sono aspetti importanti.
Ma rischiano di perdere significato se non vengono accompagnati dalla crescita della consapevolezza e del senso di responsabilità.
UPIF nasce da una convinzione semplice ma ambiziosa: il futuro dei figli non dipende soltanto dalle opportunità che sapremo offrire loro, ma anche dalla capacità di formare persone che si sentano parte della società in cui vivono.
Persone che non aspettino sempre che qualcuno intervenga.
Persone che sappiano osservare.
Comprendere.
Partecipare.
Contribuire.
Perché una società migliore non nasce da cittadini perfetti.
Nasce da cittadini attenti.
E forse il compito più importante dell’educazione non è insegnare ai bambini a fare ciò che viene chiesto.
È insegnare loro ad accorgersi del mondo.
E a sentirsi responsabili del futuro che costruiranno insieme.
Mauro Sica
Segretario Generale UPIF – Uguali Per i Figli
I figli non si toccano. Il loro futuro riguarda tutti.
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