I silenzi in famiglia vanno indagati prima che il disagio diventi violenza

Due interviste a Claudia Conte riportano l’attenzione sulla violenza che non si vede e sui silenzi dei più giovani. La famiglia è il primo luogo da osservare, ma non l’unico: scuola, relazioni, comunità e ambiente digitale devono imparare a riconoscere e collegare i segnali prima che il disagio esploda.

«I silenzi vanno indagati».

Sono quattro parole pronunciate da Claudia Conte nell’intervista pubblicata da Il Tirreno il 26 luglio 2026, dedicata al suo libro Dove nascono i silenzi. Il giorno successivo, sulle pagine di Visto⁠, l’autrice ha ampliato il significato di quella affermazione raccontando la violenza psicologica, le richieste d’aiuto che non trovano ascolto e i diversi luoghi nei quali il silenzio può prendere forma.

I due contributi non si sovrappongono. Si completano.

Il primo riporta la discussione dentro la famiglia: la difficoltà dei giovani a comunicare con gli adulti, la fragilità dei modelli educativi, il permissivismo, l’incoerenza genitoriale e il bisogno di ricostruire un’alleanza con la scuola. Il secondo allarga lo sguardo alla violenza che non lascia segni immediatamente visibili, al bullismo e al cyberbullismo, alle relazioni dominate dalla paura, alle scuole nelle quali qualcuno viene escluso e alle comunità che scelgono di non vedere.

Da questa doppia sollecitazione nasce per Uguali per i Figli una domanda pubblica più profonda: quanti problemi dei bambini e degli adolescenti diventano visibili soltanto quando sono ormai esplosi, mentre i segnali precedenti sono rimasti dispersi tra adulti, luoghi e istituzioni che non hanno saputo collegarli?

Non è un atto d’accusa contro le famiglie. È un dovere di realtà nei confronti dei figli.

Il problema che vediamo è spesso l’ultimo anello

Da tempo Uguali per i Figli sostiene che, quando un adolescente arriva all’aggressività, alla dipendenza, all’autolesionismo, alla fuga, a una condotta pericolosa o persino al reato, il sistema si trova già a valle.

Quello che vediamo può essere soltanto l’ultimo anello di una storia cominciata molto prima.

La domanda child-centred non può fermarsi a «che cosa ha fatto questo ragazzo?». Deve domandare anche: che cosa gli è accaduto, che cosa ha visto, che cosa ha dovuto sopportare, quali segnali aveva già manifestato e quali adulti avrebbero potuto accorgersene?

Un minore può parlare con le parole. Ma può comunicare anche attraverso un cambiamento improvviso, l’isolamento, la paura, la regressione, il corpo, il rendimento scolastico, il sonno, l’aggressività, il ritiro dalle relazioni o una richiesta d’aiuto che non assume mai la forma ordinata che gli adulti si aspettano.

Nessuno di questi elementi, preso da solo, dimostra una violenza o individua una responsabilità. Proprio qui, però, comincia il rigore:

Un segnale non è una sentenza; è un’informazione che non deve essere perduta.

Dove nascono davvero i silenzi

Nell’intervista a Visto, Claudia Conte descrive il silenzio come un fenomeno che attraversa più ambienti: può essere alimentato da una comunicazione familiare interrotta, da legami fondati sulla paura, dall’esclusione tra compagni e dall’inerzia della comunità circostante.

È il completamento necessario del tema aperto da Il Tirreno.

La famiglia è il primo ambiente di crescita, il luogo dal quale il bambino dovrebbe ricevere sicurezza, riconoscimento, limiti coerenti e protezione. Proprio per questo è il primo luogo che deve saper leggere un cambiamento e anche il primo che non può essere sottratto alla verifica quando il benessere di un figlio è seriamente in dubbio.

Ma un bambino non vive soltanto dentro casa. Attraversa ogni giorno la scuola, il gruppo dei pari, lo sport, i servizi, la sanità, il quartiere e l’ambiente digitale. Può restare in silenzio in famiglia e provare a parlare a scuola. Può non riuscire a confidarsi con un insegnante e inviare un segnale a un allenatore. Può raccontare un frammento a un coetaneo, manifestare il disagio nel corpo o affidarlo a una chat.

Il problema è che ciascun adulto vede spesso soltanto un pezzo. Se nessuno ricostruisce l’insieme, ogni frammento può sembrare insufficiente.

È così che il silenzio diventa anche un prodotto del sistema: non soltanto l’assenza di parole del bambino, ma l’incapacità degli adulti di mettere in relazione ciò che hanno osservato.

La violenza che non lascia lividi

Il secondo contributo di Claudia Conte porta in primo piano la violenza psicologica: controllo, umiliazione quotidiana, svalutazione, manipolazione, paura e parole che consumano lentamente la fiducia di una persona in se stessa.

Per un bambino questa violenza può essere diretta oppure assistita. Può subirla personalmente o crescere dentro un clima nel quale un genitore umilia, controlla o minaccia l’altro. In entrambi i casi, l’assenza di una ferita visibile non coincide con l’assenza di un danno.

Una casa può apparire ordinata e, nello stesso tempo, essere emotivamente inabitabile per un figlio. Può non esserci un livido e tuttavia esserci una quotidianità dominata dalla paura. Può non esserci un racconto esplicito perché il bambino teme le conseguenze, vuole proteggere un adulto, prova vergogna, si sente responsabile, non possiede ancora le parole oppure ha imparato che parlare non cambia nulla.

Questo non significa trasformare ogni conflitto familiare, ogni silenzio o ogni difficoltà educativa in maltrattamento. Significa distinguere con competenza l’episodio dalla continuità, il contrasto dalla sopraffazione, la fatica dalla trascuratezza, il limite educativo dal controllo e la normale oscillazione emotiva da un cambiamento persistente.

Il silenzio non deve essere drammatizzato automaticamente. Ma non può neppure essere scambiato per normalità soltanto perché non disturba gli adulti.

I dati obbligano a guardare dentro le famiglie

La III Indagine nazionale sul maltrattamento dei bambini e degli adolescenti in Italia⁠, promossa dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza e realizzata da CISMAI e Fondazione Terre des Hommes Italia con un campione di Comuni selezionato da Istat, offre dati che impediscono qualsiasi rimozione.

Al 31 dicembre 2023, su 374.310 minorenni in carico ai servizi sociali, 113.892 risultavano seguiti per una forma di maltrattamento. La stima nazionale è passata da 9 minorenni ogni mille residenti nel 2018 a 13 ogni mille nel 2023. Tra i minorenni presi in carico per maltrattamento:

  • nell’87% dei casi il maltrattamento era stato subito da un membro della famiglia;
  • la violenza assistita rappresentava il 34% delle forme principali rilevate;
  • le diverse forme di trascuratezza, compresa quella emozionale, rappresentavano complessivamente il 37%;
  • la violenza psicologica rappresentava il 12%.

Questi numeri riguardano i casi conosciuti dai servizi. Non descrivono tutte le famiglie, non autorizzano generalizzazioni e non misurano l’intero sommerso. Non possono neppure essere utilizzati per dedurre automaticamente che dietro uno specifico segnale vi sia un maltrattamento.

Dicono però con chiarezza che la casa non può essere considerata sicura per definizione soltanto perché è una casa.

La Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza⁠, all’articolo 19, non si limita a proclamare il diritto alla protezione. Chiede procedure efficaci di prevenzione, identificazione, segnalazione, presa in carico, indagine, trattamento e monitoraggio anche quando la violenza o la trascuratezza avvengono mentre il bambino è affidato ai genitori o ad altre persone che se ne prendono cura.

La famiglia non è un’imputata permanente. Ma non è neppure uno spazio sottratto alla verifica quando il benessere di un minore è in dubbio.

Indagare non significa accusare

La parola “indagare” può suscitare diffidenza, perché sembra evocare un processo già orientato verso un colpevole. In una seria politica di prevenzione significa l’opposto: non anticipare il verdetto.

Indagare un silenzio significa:

  • ricostruire il contesto e la continuità degli eventi, senza fermarsi all’episodio isolato;
  • distinguere sempre tra fatti osservati, parole riferite, valutazioni professionali e ipotesi;
  • ascoltare il minore in modo adeguato alla sua età e, quando necessario, in uno spazio autonomo e protetto;
  • acquisire le osservazioni di famiglia, scuola, pediatra, servizi, realtà sportive e altri adulti significativi, senza attribuire a nessuna fonte un’infallibilità preventiva;
  • verificare convergenze, contraddizioni, cambiamenti e tempi di comparsa dei segnali;
  • valutare spiegazioni alternative, senza usare la complessità come alibi per non decidere;
  • riesaminare le prime conclusioni quando emergono elementi nuovi;
  • documentare non soltanto ciò che è stato fatto, ma anche gli esiti prodotti sul benessere del bambino.

Il contrario del pregiudizio non è la disattenzione. È il metodo.

Non bisogna presumere che ogni famiglia sia pericolosa. Ma non bisogna neppure presumere che ogni racconto adulto sia più attendibile di ciò che un bambino prova a comunicare. Non si deve partire dalla colpevolezza dei genitori; allo stesso modo, non si può partire dall’infallibilità delle istituzioni.

Ogni lettura deve poter essere spiegata, documentata, sottoposta a verifica e corretta. Perché chi decide per un bambino deve saper dire su quali fatti ha fondato la propria decisione, quali elementi ha escluso, per quali ragioni e quali alternative ha realmente esaminato.

Ascoltare non significa interrogare

Il silenzio non è una confessione e un comportamento non è una diagnosi.

Un bambino non deve essere costretto a produrre il racconto che un adulto si aspetta. Non deve essere sottoposto a domande suggestive, a ripetizioni inutili o alla pressione di scegliere tra le persone alle quali è legato. Ma non deve neppure essere rimandato al silenzio perché ciò che prova a comunicare è scomodo, frammentario o difficile da verificare.

L’articolo 12 della Convenzione ONU riconosce il diritto del minore capace di formarsi un’opinione a esprimerla liberamente nelle questioni che lo riguardano e a vederla considerata secondo età e maturità. Non significa trasferire al bambino la responsabilità della decisione. Significa smettere di trattarlo come l’unica persona che può essere discussa da tutti senza essere realmente incontrata da nessuno.

L’ascolto child-centred deve essere:

  • libero, perché non controllato dalle aspettative degli adulti;
  • protetto, perché non deve esporre il bambino a ritorsioni, sensi di colpa o nuove pressioni;
  • competente, perché parole, silenzi e comportamenti non possono essere letti con improvvisazione;
  • non suggestivo, perché l’adulto deve raccogliere e non costruire il racconto;
  • verificabile, perché anche la valutazione professionale deve mostrare il proprio metodo;
  • utile, perché ascoltare senza dare seguito a ciò che emerge può diventare un’ulteriore forma di abbandono.

Nell’intervista a Visto emerge con forza che molti ragazzi non chiedono agli adulti una soluzione immediata: chiedono anzitutto una presenza capace di fermarsi e ascoltare. Quella presenza, però, non può esaurirsi in una formula rassicurante. Dire “ci sono” acquista valore soltanto se l’adulto è disposto a capire, verificare e assumersi la responsabilità di agire.

I silenzi dei bambini non vanno riempiti con le parole degli adulti. Vanno accolti, verificati e protetti.

Bullismo e cyberbullismo: quando il silenzio attraversa i luoghi

Il contributo pubblicato da Visto ricorda che il disagio non nasce e non resta necessariamente dentro la famiglia. Un ragazzo può essere escluso, umiliato o minacciato a scuola; il cyberbullismo può poi prolungare quella violenza oltre il cancello, raggiungerlo in casa e privarlo persino della camera come luogo di sicurezza.

La distinzione tra “ciò che accade a scuola” e “ciò che accade a casa” diventa allora artificiale. Il bambino è uno solo. Porta con sé in ogni ambiente gli effetti di ciò che vive negli altri.

Per questo la scuola non può limitarsi a registrare il calo del rendimento, la famiglia non può liquidare il ritiro come capriccio e le piattaforme non possono considerarsi semplici contenitori neutrali. Occorre una responsabilità condivisa capace di seguire il percorso del disagio senza rimbalzare il problema da un luogo all’altro.

Educazione affettiva, educazione alle emozioni ed educazione digitale non sono materie decorative da aggiungere quando avanza tempo. Sono strumenti di prevenzione. Aiutano i ragazzi a riconoscere il controllo, dare un nome all’umiliazione, comprendere il peso delle parole, chiedere aiuto e non trasformarsi in spettatori passivi della sofferenza altrui.

Il digitale occupa il vuoto lasciato dagli adulti

Nell’intervista a Il Tirreno, Claudia Conte pone anche il tema della coerenza degli adulti e dei modelli che i ragazzi cercano nei social, nelle serie e nei contenuti musicali quando non li trovano nelle relazioni più vicine.

È un passaggio importante. Il digitale non è un soggetto separato dalla vita familiare e non può diventare l’unico capro espiatorio del disagio. Le piattaforme possono amplificare, accelerare e monetizzare fragilità che incontrano già un vuoto relazionale. Se un ragazzo non trova ascolto, riconoscimento, limiti e adulti credibili nella realtà vicina, cercherà appartenenza dove la riceve più rapidamente, anche in comunità online fondate sulla provocazione, sull’umiliazione, sulla violenza o sulla sfida estrema.

Un “no” può essere necessario. Ma educa soltanto se è sostenuto dalla presenza e dall’esempio. Chiedere a un figlio di lasciare il telefono mentre gli adulti sono i primi a rendersi indisponibili dietro uno schermo non costruisce autorevolezza. Produce incoerenza.

L’educazione digitale deve quindi cominciare molto prima dell’emergenza: con regole comprensibili, tempi condivisi, alfabetizzazione critica, controllo proporzionato all’età e spazi reali di relazione. La limitazione può fronteggiare un rischio immediato; da sola, però, non cura il silenzio che quel rischio ha occupato.

L’alleanza educativa non può diventare una copertura reciproca

Nel colloquio con Il Tirreno, Claudia Conte richiama genitori e insegnanti alla necessità di ricostruire un’alleanza educativa e mette in guardia da quei genitori che delegittimano sistematicamente i docenti per difendere i figli da qualsiasi limite o responsabilità.

Il tema è corretto, ma va portato fino in fondo.

L’alleanza educativa non consiste nel dare sempre ragione alla scuola contro la famiglia o alla famiglia contro la scuola. Non significa che gli adulti debbano proteggere reciprocamente il proprio ruolo. Significa che devono confrontare le informazioni, riconoscere gli errori e convergere sull’interesse concreto del minore.

Un genitore non aiuta il figlio negando ogni sua responsabilità. Un insegnante non tutela la scuola minimizzando un’esclusione. Un servizio non protegge il bambino difendendo una valutazione già formulata quando fatti nuovi richiedono di rivederla.

La vera alleanza non si stringe tra adulti per avere ragione sul bambino. Si costruisce intorno al bambino perché nessun adulto possa smettere di risponderne.

Sostenere la famiglia e proteggere il minore non sono obiettivi opposti

Guardare seriamente dentro le dinamiche familiari non significa promuovere intrusioni indiscriminate o allontanamenti automatici. Una politica child-centred deve prima di tutto rendere le famiglie più capaci di proteggere: sostegno alla genitorialità, servizi domiciliari, salute mentale accessibile, contrasto alle dipendenze, autonomia economica, mediazione educativa, alleanza con la scuola e interventi precoci.

Anche l’Organizzazione mondiale della sanità, nel pacchetto internazionale INSPIRE⁠, colloca il sostegno a genitori e caregiver tra le strategie fondate sulle evidenze per prevenire la violenza contro i minori.

Ma il sostegno non può essere utilizzato per rinviare la protezione quando esiste un pericolo concreto. Gli interventi devono essere proporzionati, graduati e motivati; devono aiutare la famiglia quando è possibile e proteggere tempestivamente il bambino quando è necessario.

La prevenzione non comincia togliendo i figli alle famiglie. Comincia togliendo dalle famiglie le condizioni che rendono i figli insicuri. Quando questo non è possibile, la protezione del minore non può aspettare che il danno diventi irreversibile.

La proposta UPIF: un protocollo nazionale per i segnali precoci

Se vogliamo davvero passare dall’allarme alla prevenzione, non basta invitare genericamente gli adulti a “stare più attenti”. Serve un metodo comune.

Uguali per i Figli ritiene necessario avviare il lavoro per un protocollo nazionale child-centred per l’intercettazione e la valutazione precoce dei segnali di disagio, fondato almeno su sette elementi:

  1. Indicatori osservabili e differenziati per età, utilizzabili da famiglia, scuola, pediatri, servizi sociali, sport e realtà educative, senza trasformarli in diagnosi automatiche.
  2. Accesso tempestivo a un ascolto autonomo e protetto, condotto da professionisti formati quando i segnali sono persistenti, convergenti o improvvisamente intensi.
  3. Una cronologia unica e documentata, capace di collegare episodi che, se letti separatamente, rischiano di sembrare irrilevanti.
  4. Valutazione multidisciplinare e revisionabile, con una netta distinzione tra osservazioni, dichiarazioni, inferenze e conclusioni.
  5. Un coordinamento identificabile e tempi definiti, perché il passaggio tra uffici e competenze non disperda le informazioni né lasci il minore in attesa.
  6. Interventi graduati, dal sostegno educativo e familiare alle misure di protezione necessarie nei casi di rischio concreto.
  7. Monitoraggio degli esiti e responsabilità verificabile, perché una presa in carico non può essere considerata efficace soltanto per il fatto di essere stata aperta.

La stessa Istat, nel lavoro dedicato alla misurazione della violenza contro i minori⁠, ha richiamato la necessità di indicatori di allarme differenziati per età e di strumenti capaci di identificare precocemente anche forme iniziali di violenza.

Questa è la direzione: osservare prima, collegare meglio, ascoltare con competenza e intervenire in tempo.

La possibilità che un bambino venga ascoltato non può dipendere dalla fortuna di incontrare casualmente l’adulto giusto.

La domanda da fare prima

Quando il disagio giovanile esplode in una classe, in una strada, su una piattaforma o in un’aula giudiziaria, la società domanda: «Com’è stato possibile?».

È una domanda tardiva.

La domanda giusta deve arrivare prima: che cosa sta cercando di dirci questo bambino, anche quando non riesce a parlare?

Non ogni silenzio nasconde una violenza. Ma ogni silenzio persistente, ogni cambiamento profondo e ogni richiesta d’aiuto indiretta meritano adulti capaci di non liquidarli, non appropriarsene e non usarli l’uno contro l’altro.

Quando il problema arriva a valle, il fallimento può essere cominciato molto prima: nel momento in cui un silenzio è stato scambiato per normalità, un segnale per capriccio, una paura per disobbedienza, una sofferenza per cattivo comportamento o una richiesta d’aiuto per un problema di qualcun altro.

La famiglia resta il primo luogo della cura. Proprio per questo deve essere sostenuta, osservata e responsabilizzata. Ma la famiglia non può essere lasciata sola, né può diventare il confine oltre il quale nessuno guarda. Scuola, servizi, sanità, sport, giustizia, comunità e piattaforme devono costituire intorno al minore una rete capace di vedere ciò che nessun singolo adulto riesce a vedere da solo.