Dalla biologia alla “rete affettiva”: cosa stiamo davvero costruendo attorno ai bambini?

MANIFESTO UPIF

Ci sono cambiamenti che modificano le leggi.

E poi ci sono cambiamenti che modificano lentamente il modo stesso in cui una società concepisce l’infanzia.

La recente decisione della Corte d’Appello di Bari sulla cosiddetta “genitorialità plurima” non rappresenta soltanto un passaggio giuridico. Rappresenta soprattutto un segnale culturale profondo: la progressiva trasformazione del bambino da soggetto da proteggere a soggetto chiamato ad adattarsi alle trasformazioni del mondo adulto.

Ed è qui che il dibattito diventa molto più serio di quanto appaia.

Il vero tema non è la modernità. È la direzione della modernità

Negli ultimi anni il concetto di famiglia si è progressivamente ampliato, destrutturato, ridefinito.

La società contemporanea ha accelerato processi culturali che riguardano separazioni, relazioni fluide, identità, ruoli genitoriali e modelli affettivi.

Ma ogni trasformazione sociale produce effetti profondi.

E il problema è che spesso gli effetti sui bambini diventano visibili solo molti anni dopo.

Una società davvero evoluta non dovrebbe chiedersi soltanto:

“Possiamo farlo?”

Dovrebbe chiedersi soprattutto:

“Quali conseguenze produrrà sui figli tra venti o trent’anni?”

 

Il nuovo adultocentrismo contemporaneo

La nostra epoca parla continuamente di diritti.

Ma sempre più spesso parla soprattutto dei diritti degli adulti.

Il desiderio adulto è diventato il centro del discorso pubblico:

  • autodeterminazione;
  • realizzazione personale;
  • libertà relazionale;
  • ridefinizione delle strutture familiari;
  • riconoscimento sociale di ogni configurazione affettiva.

Molto meno spazio, invece, viene dedicato a una domanda essenziale:

quanto peso psicologico e identitario stiamo trasferendo sui bambini dentro queste trasformazioni?

Perché i figli non hanno il potere di scegliere il modello relazionale dentro cui nasceranno.

Possono solo adattarsi.

 

La differenza tra “nuovo” e “migliore”

Uno degli errori più pericolosi della contemporaneità è l’idea implicita che tutto ciò che appare nuovo debba automaticamente essere considerato progresso.

Ma nella storia umana non tutto ciò che è nuovo ha prodotto benessere.

Esistono innovazioni tecnologiche, culturali e sociali che col tempo si sono rivelate dannose, frammentanti o profondamente destabilizzanti.

Per questo motivo il tema della genitorialità non può essere affrontato con superficialità ideologica né con entusiasmo automatico.

Perché crescere un figlio non significa soltanto garantire presenza affettiva.

Significa costruire:

  • riferimenti stabili;
  • continuità identitaria;
  • sicurezza psicologica;
  • coerenza educativa;
  • percezione chiara delle appartenenze;
  • equilibrio relazionale nel tempo.

 

Bambini chiamati ad adattarsi alle fragilità degli adulti

Uno dei fenomeni più invisibili della società contemporanea è la progressiva normalizzazione dell’instabilità affettiva adulta.

Separazioni continue.

Relazioni fluide.

Famiglie che si ricompongono e si destrutturano rapidamente.

Nuovi partner.

Nuovi assetti.

Nuove definizioni.

Tutto questo viene spesso raccontato come espressione di libertà individuale.

Molto meno viene raccontato ciò che accade dentro il mondo emotivo dei bambini costretti ad attraversare continuamente ridefinizioni relazionali, conflitti di lealtà, adattamenti psicologici e cambiamenti identitari.

Una società matura dovrebbe avere il coraggio di chiedersi se i minori stiano davvero crescendo dentro strutture più sane o semplicemente dentro strutture più complesse.

 

La comunità educante non è pronta

Scuola, servizi sociali, sistema sanitario, giustizia minorile e comunità educante stanno già faticando enormemente a gestire:

  • disagio adolescenziale;
  • crisi identitarie;
  • disturbi emotivi;
  • iperfragilità relazionale;
  • dipendenze affettive e digitali;
  • ansia;
  • isolamento;
  • aggressività;
  • perdita di riferimenti educativi stabili.

Eppure continuiamo ad accelerare trasformazioni sociali sempre più profonde senza fermarci abbastanza a riflettere sugli effetti cumulativi che potrebbero produrre sulle nuove generazioni.

Il rischio è che il sistema rincorra continuamente l’innovazione sociale senza riuscire più a comprenderne le conseguenze profonde.

 

Le conseguenze invisibili che vedremo tra decenni

La parte più delicata di questi cambiamenti è che i loro effetti non saranno immediatamente misurabili.

Le vere conseguenze emergeranno forse:

  • nell’adolescenza;
  • nella costruzione dell’identità;
  • nella percezione delle appartenenze;
  • nella capacità di creare relazioni stabili;
  • nella gestione dell’affettività;
  • nella futura genitorialità dei bambini di oggi.

Ed è proprio qui che serve prudenza culturale.

Perché le società più mature non sono quelle che inseguono ogni trasformazione nel nome della modernità.

Sono quelle che riescono a proteggere i bambini anche dagli errori degli adulti.

 

La posizione culturale di UPIF

UPIF ritiene che ogni cambiamento sociale debba essere osservato attraverso una lente rigorosamente child-centred.

Non basta che una configurazione familiare sia desiderata dagli adulti.

Occorre chiedersi se sia realmente sostenibile, equilibrata e tutelante per il minore nel lungo periodo.

Questo non significa rifiutare il cambiamento.

Significa rifiutare l’idea che il bambino debba sempre essere il soggetto chiamato ad adattarsi alle trasformazioni generate dagli adulti.

Una società autenticamente evoluta non è quella che ridefinisce continuamente i modelli familiari.

È quella che riesce ancora a mettere i figli al centro, anche quando farlo significa rallentare, riflettere e porsi domande scomode.

 

Box istituzionale

UGUALI PER I FIGLI – ETS

Rete nazionale per la tutela e la promozione dei diritti dei minori

“I figli non si toccano mai.”