Mauro Sica: “La genitorialità plurima apre rischi invisibili sui minori”

Genitorialità plurima e diritti del minore: stiamo costruendo il futuro o moltiplicando rischi che ancora non sappiamo leggere?

Ci sono sentenze che non si limitano ad applicare il diritto.
Ci sono sentenze che modificano il modo in cui una società decide di guardare il futuro.

La recente decisione della Corte d’Appello di Bari sul riconoscimento della cosiddetta “genitorialità plurima” appartiene a questa categoria.

Ed è proprio per questo che il dibattito non può essere affrontato superficialmente, né ridotto a slogan ideologici o a tifoserie culturali.

Perché qui il vero tema non è stabilire se una società debba o meno evolversi.
Le società cambiano continuamente.

La vera domanda è un’altra:

abbiamo davvero costruito le condizioni culturali, educative, psicologiche e istituzionali per sostenere gli effetti profondi di questi cambiamenti sui minori?

Il punto cieco del nostro tempo

La mia impressione è che la società contemporanea stia progressivamente spostando il proprio baricentro.

Sempre più attenzione viene dedicata ai diritti, ai desideri e alle autodeterminazioni degli adulti.
Sempre meno attenzione viene dedicata alla capacità del sistema di assorbire, comprendere e governare le conseguenze profonde che questi cambiamenti producono sui bambini.

Ed è qui che vedo un enorme punto cieco culturale.

Perché oggi si stanno introducendo trasformazioni radicali nel concetto stesso di genitorialità senza che esista ancora una rete realmente preparata ad accompagnarne gli effetti.

La domanda che nessuno sembra voler fare

Ogni volta che affrontiamo questi temi, ci concentriamo immediatamente sul riconoscimento degli adulti coinvolti.

Ma quasi nessuno si ferma davvero a chiedersi:

  • cosa accadrà a quel bambino tra dieci o vent’anni?
  • quale impatto avranno queste configurazioni sulla costruzione dell’identità?
  • cosa succederà se questi equilibri relazionali si romperanno?
  • quale stabilità reale possiamo garantire?
  • quale rete educativa è pronta a sostenere tutto questo?
  • quale preparazione hanno scuola, servizi sociali, sistema sanitario e giustizia minorile?
  • quali strumenti scientifici, psicologici e pedagogici stiamo costruendo oggi per prevenire le fragilità future?

Perché il punto non è stabilire se una situazione esista già nella realtà.

Il punto è capire se il sistema sia pronto a gestirne le conseguenze senza scaricarle sui figli.

Due genitori già oggi spesso non riescono a dialogare

Viviamo una fase storica in cui il conflitto familiare è esploso:

  • separazioni ad alta conflittualità;
  • crisi educative;
  • disagio minorile;
  • fratture identitarie;
  • difficoltà relazionali;
  • incapacità adulta di cooperare stabilmente attorno ai figli.

Già oggi, con due genitori, il sistema mostra enormi difficoltà nel garantire continuità educativa e serenità ai minori.

E allora la domanda è inevitabile:

moltiplicare le figure genitoriali significa davvero ridurre il rischio per il bambino o rischia invece di moltiplicare la complessità emotiva e relazionale che dovrà sostenere?

Questa domanda non può essere considerata offensiva.
È una domanda di responsabilità.

Il rischio dei “cambiamenti senza contenitore”

La natura insegna che ogni cambiamento profondo richiede un ecosistema capace di sostenerlo.

Non basta introdurre una trasformazione. Occorre costruire intorno a quella trasformazione:

  • strumenti;
  • cultura;
  • reti;
  • competenze;
  • prevenzione;
  • accompagnamento;
  • capacità di gestione delle fragilità.

Oggi invece ho la sensazione che la società stia accelerando enormemente i cambiamenti mentre le strutture educative, istituzionali e relazionali rimangono drammaticamente indietro.

È questo che considero pericoloso.

Perché si stanno creando configurazioni sociali sempre più complesse senza aver prima costruito le “maglie di sicurezza” necessarie a proteggere davvero i minori nel lungo periodo.

Il paradosso culturale del nostro tempo

Esiste un altro elemento che dovrebbe far riflettere.

Su molti fenomeni che riguardano il disagio infantile e adolescenziale, il sistema continua ancora oggi a mostrare ritardi enormi:

  • incapacità di prevenzione;
  • sottovalutazione di molte fragilità psicologiche;
  • conflittualità familiari mal gestite;
  • reti territoriali insufficienti;
  • servizi spesso sovraccarichi;
  • difficoltà nel leggere i danni invisibili prodotti dai conflitti adulti sui bambini.

Eppure, contemporaneamente, assistiamo a una fortissima accelerazione nel ridefinire i modelli familiari e relazionali.

Questo squilibrio dovrebbe preoccuparci.

Perché il rischio è che il sistema corra verso trasformazioni sempre più avanzate senza avere ancora risolto le fragilità strutturali già esistenti.

Il superiore interesse del minore non può diventare una formula astratta

Oggi l’espressione “superiore interesse del minore” viene giustamente richiamata continuamente.

Ma il rischio è che diventi una formula automatica, evocata senza interrogarsi davvero sulle conseguenze profonde delle decisioni che vengono prese.

Proteggere un bambino non significa soltanto riconoscere diritti agli adulti che lo circondano.

Proteggere un bambino significa anche:

  • prevenire il caos relazionale;
  • garantire continuità identitaria;
  • ridurre le frammentazioni affettive;
  • assicurare stabilità educativa;
  • costruire reti di sostegno adeguate;
  • evitare che il minore diventi il soggetto chiamato ad assorbire gli effetti delle sperimentazioni sociali degli adulti.

Non tutto ciò che è nuovo coincide automaticamente con il progresso

Credo che una società realmente evoluta debba recuperare il coraggio della prudenza culturale.

La modernità non può essere valutata soltanto sulla capacità di superare i modelli precedenti.

Deve essere valutata soprattutto sulla capacità di proteggere i più vulnerabili dentro il cambiamento.

E i bambini sono i più vulnerabili di tutti.

Per questo ritengo che il compito delle istituzioni, della magistratura, della politica, della scuola, della ricerca scientifica e della comunità educante non sia inseguire passivamente ogni trasformazione sociale.

Il loro compito dovrebbe essere molto più difficile:
capire se quella trasformazione sia realmente sostenibile per le generazioni future.

Firma

Mauro Sica
Segretario Generale
UGUALI PER I FIGLI – ETS