Chi ascolta davvero i bambini?

Comprendere il disagio prima di trasformarlo in un’etichetta

Approfondimento a cura di Mauro Sica – Segretario Generale Uguali per i Figli ETS

Negli ultimi giorni il dibattito europeo si è nuovamente acceso attorno al tema dell’alienazione parentale, dopo la decisione del Governo spagnolo di intervenire sul suo utilizzo nei procedimenti che riguardano i minori.

Come spesso accade, il confronto pubblico si è rapidamente polarizzato.

Da una parte chi ritiene che determinati fenomeni relazionali siano una realtà da riconoscere.

Dall’altra chi considera alcune letture del disagio infantile potenzialmente fuorvianti o addirittura dannose.

Ma forse esiste una domanda più importante di tutte le altre.

Chi ascolta davvero i bambini?

Perché il rischio, ogni volta che il mondo degli adulti entra in conflitto, è che il minore finisca per essere osservato non per ciò che esprime, ma per ciò che gli adulti desiderano dimostrare.

Il disagio non è una diagnosi

Quando un bambino manifesta sofferenza, paura, rabbia, chiusura, opposizione, regressioni comportamentali o difficoltà relazionali, la tentazione degli adulti è spesso quella di cercare immediatamente una spiegazione.

È un bisogno comprensibile.

Le persone cercano risposte.

Le istituzioni cercano categorie.

I procedimenti cercano ricostruzioni.

Eppure il disagio di un bambino non coincide mai automaticamente con la sua causa.

Il disagio è un segnale.

Non una sentenza.

È un linguaggio che richiede ascolto, osservazione e competenza.

Trasformare immediatamente quel segnale in una conclusione rischia di produrre un errore che nessuna società realmente attenta all’infanzia dovrebbe permettersi.

Il problema delle interpretazioni automatiche

Le realtà che coinvolgono i minori sono quasi sempre più complesse delle categorie attraverso cui gli adulti cercano di descriverle.

Esiste il rischio di non vedere una manipolazione.

Ma esiste anche il rischio di vederla ovunque.

Esiste il rischio di sottovalutare una situazione di pregiudizio.

Ma esiste anche il rischio di attribuire ogni disagio a una sola causa.

Esiste il rischio di minimizzare una sofferenza.

Ma esiste anche il rischio di utilizzare quella sofferenza per confermare convinzioni già formate.

Quando questo accade, il bambino smette di essere il centro dell’attenzione.

Diventa il terreno sul quale gli adulti combattono le proprie battaglie interpretative.

Osservare prima di interpretare

Ogni comunità educante dovrebbe adottare un principio semplice.

Osservare prima di interpretare.

Comprendere prima di classificare.

Ascoltare prima di decidere.

Questo significa costruire percorsi nei quali scuole, famiglie, professionisti, servizi e istituzioni siano in grado di raccogliere informazioni, leggere contesti, valutare evoluzioni e cogliere segnali senza cedere alla fretta delle conclusioni.

La complessità non è un ostacolo.

È la realtà nella quale vivono i bambini.

Una nuova sfida per l’Europa

Le trasformazioni sociali degli ultimi anni hanno reso ancora più difficile comprendere il mondo interiore dei minori.

Ansia.

Iperconnessione.

Pressione sociale.

Identità digitali.

Isolamento relazionale.

Bullismo.

Violenza assistita.

Povertà educativa.

Fragilità familiari.

Nessuno di questi fenomeni può essere letto attraverso una sola lente.

Per questo motivo l’Europa ha bisogno di sviluppare strumenti sempre più avanzati di osservazione e comprensione dell’infanzia e dell’adolescenza.

Non servono nuove tifoserie ideologiche.

Servono più competenze.

Più ricerca.

Più formazione.

Più capacità di ascolto.

La centralità del minore non può essere uno slogan

Per molti anni il dibattito pubblico si è concentrato prevalentemente sulle posizioni degli adulti.

Le ragioni degli uni.

Le ragioni degli altri.

I diritti degli uni.

I diritti degli altri.

Molto meno spazio è stato dedicato a una domanda fondamentale:

come sta davvero quel bambino?

La centralità del minore non può essere un principio richiamato soltanto nei documenti o nelle dichiarazioni pubbliche.

Deve diventare un metodo.

Un approccio culturale.

Una responsabilità collettiva.

La proposta di Uguali per i Figli

Forse è arrivato il momento di compiere un passo ulteriore.

Non limitarsi a discutere delle categorie attraverso cui interpretiamo il disagio.

Ma costruire strumenti migliori per comprenderlo.

Per questa ragione riteniamo sempre più attuale l’idea di una riflessione europea stabile sul benessere relazionale dei minori, capace di mettere in rete ricerca, scuola, istituzioni, professionisti e comunità educante.

Perché la vera sfida non è decidere chi abbia ragione tra gli adulti.

La vera sfida è imparare a riconoscere ciò che un bambino sta cercando di comunicare prima che la sua voce venga sommersa dalle interpretazioni degli altri.

Una società matura non si misura dalla capacità di vincere le proprie battaglie ideologiche.

Si misura dalla capacità di ascoltare i propri bambini.

E di farlo prima che sia troppo tardi.