I figli al centro. Perché il futuro della tutela dell’infanzia non passa dai diritti degli adulti, ma dalla scienza dello sviluppo umano.

I figli al centro.

Perché il futuro della tutela dell’infanzia non passa dai diritti degli adulti, ma dalla scienza dello sviluppo umano.

Documento di indirizzo culturale e scientifico
Uguali per i Figli – ODV/ETS

Premessa

Per molti anni il dibattito pubblico italiano si è sviluppato attorno a una domanda apparentemente inevitabile:

quali sono i diritti della madre?

Oppure:

quali sono i diritti del padre?

Negli ultimi anni questa discussione si è evoluta, ma il suo punto di osservazione è rimasto sostanzialmente immutato.

Il centro continua a essere l’adulto.

Cambiano gli schieramenti.

Cambiano le parole.

Cambiano le rivendicazioni.

Ma il bambino rimane spesso il destinatario delle decisioni, raramente il punto di partenza del ragionamento.

Noi riteniamo che oggi le conoscenze scientifiche rendano possibile – e necessario – un cambio di paradigma.

Non perché i diritti degli adulti siano irrilevanti.

Ma perché la scienza dello sviluppo umano ci dice che la domanda fondamentale è un’altra.

Che cosa permette a un bambino di svilupparsi nel modo più sano possibile?

Da questa domanda nasce il paradigma child-centred.

1. Il bambino non è l’oggetto della tutela. È il soggetto da cui partire.

La Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza ha introdotto un principio destinato a cambiare il diritto e le politiche pubbliche: in tutte le decisioni che riguardano un minore, il suo interesse superiore deve costituire una considerazione preminente.

Questo principio, tuttavia, non può ridursi a una formula giuridica.

Deve essere riempito di contenuti scientifici.

Se oggi conosciamo meglio come cresce un cervello, come si costruisce la sicurezza emotiva e come si sviluppano le competenze relazionali, allora l’interesse del minore non può più essere interpretato soltanto con categorie giuridiche.

Deve dialogare con le neuroscienze, la psicologia dello sviluppo, la pediatria evolutiva e la ricerca internazionale.

2. Le neuroscienze hanno cambiato il modo di guardare l’infanzia

Negli ultimi vent’anni le neuroscienze hanno modificato profondamente la nostra comprensione dello sviluppo infantile.

Il lavoro di Jack P. Shonkoff e del Center on the Developing Child dell’Università di Harvard ha mostrato che l’architettura del cervello si costruisce progressivamente attraverso l’interazione continua tra predisposizione biologica ed esperienze relazionali precoci.

Anche UNICEF evidenzia che le esperienze positive e negative dei primi anni influenzano lo sviluppo cerebrale, con effetti che possono riflettersi sull’apprendimento, sulla salute e sulle capacità relazionali lungo tutto l’arco della vita.

Il cervello di un bambino non cresce semplicemente con il passare del tempo.

Cresce attraverso le relazioni.

3. L’attaccamento non è una teoria del passato

Uno dei contributi più importanti della psicologia dello sviluppo è rappresentato dalla teoria dell’attaccamento elaborata da John Bowlby e sviluppata, tra gli altri, da Mary Ainsworth.

La ricerca ha mostrato che i bambini costruiscono legami di attaccamento con figure di riferimento sensibili, disponibili e coerenti, utilizzandole come base sicura da cui esplorare il mondo e a cui tornare nei momenti di difficoltà.

Il punto essenziale, oggi, è che la qualità della relazione conta più degli stereotipi sui ruoli.

La scienza non ci chiede di scegliere tra madre e padre.

Ci chiede di comprendere il valore delle relazioni di cura significative.

4. Maternità e paternità sono funzioni evolutive

Da qui nasce il primo vero cambio di paradigma.

Maternità e paternità non sono soltanto ruoli sociali.

Non sono soltanto categorie giuridiche.

E non possono essere ridotte a rivendicazioni identitarie.

Sono funzioni evolutive.

Ciò che interessa alla scienza non è stabilire quale adulto abbia più diritti.

Interessa comprendere quali esperienze favoriscano sicurezza emotiva, regolazione affettiva, fiducia, capacità di esplorazione e sviluppo armonico.

Per questo la domanda corretta non è:

“Chi ha ragione?”

La domanda è:

“Quali relazioni aiutano il bambino a crescere?”

5. Il paradigma child-centred

L’approccio child-centred non elimina gli adulti.

Li ricolloca.

Madri, padri, nonni, famiglie, scuola, servizi sociali, magistratura e comunità educante vengono osservati nella misura in cui contribuiscono allo sviluppo del bambino.

Il baricentro cambia.

Non è più:

adulto → bambino

Diventa:

bambino → relazioni → decisioni pubbliche

Questa inversione modifica il modo di leggere i conflitti, le politiche familiari, gli interventi educativi e le decisioni giudiziarie.

6. Cosa significa questo per UPIF

Per Uguali per i Figli il futuro non consiste nello schierarsi con una categoria di adulti.

Consiste nel costruire una cultura capace di leggere ogni decisione attraverso ciò che oggi sappiamo dello sviluppo umano.

Non chiedersi soltanto:

“Quali diritti spettano ai genitori?”

Ma chiedersi sempre:

“Questa decisione migliora o peggiora le condizioni di sviluppo del bambino?”

È una domanda più difficile.

Ma è anche l’unica coerente con le conoscenze scientifiche disponibili.

Conclusione

Per decenni abbiamo discusso di famiglie, separazioni, maternità e paternità partendo dagli adulti.

Oggi possiamo fare un passo ulteriore.

La ricerca internazionale ci invita a spostare il punto di osservazione.

Le neuroscienze ci mostrano che il cervello cresce nelle relazioni.

La psicologia dello sviluppo ci insegna che la sicurezza emotiva nasce da legami affidabili.

La Convenzione ONU ci ricorda che il superiore interesse del minore deve guidare ogni decisione.

Per questo il vero cambio di paradigma non consiste nello stabilire se abbia più diritti il padre o la madre.

Consiste nel riconoscere che il primo diritto da proteggere è quello di ogni bambino a crescere nelle migliori condizioni relazionali possibili.

È da qui che dovrebbe iniziare ogni politica pubblica.

Ogni riforma.

Ogni sentenza.

Ogni scelta educativa.

Perché quando il bambino diventa davvero il punto di partenza, non cambiano soltanto le risposte.

Cambiano le domande.