Il disagio giovanile non si cura a intermittenza: quando il sistema lascia soli ragazzi e famiglie

Editoriale di Mauro Sica, Segretario Generale di Uguali per i Figli – ETS

Ci sono numeri che non chiedono allarmismo. Chiedono responsabilità.

In Lombardia gli accessi al Pronto soccorso per comportamenti autolesivi sono passati da 365 nell’intero 2019 a 732 nei soli primi sette mesi del 2025, considerando le otto ATS regionali.

I due periodi temporali non sono perfettamente sovrapponibili e il dato va quindi letto con rigore. Ma resta un segnale importante: il valore registrato in soli sette mesi è già il doppio di quello rilevato nell’intero 2019.

La ricerca di PoliS-Lombardia, commissionata dal Consiglio regionale, evidenzia inoltre un’altra criticità: il 76,4% degli operatori interpellati dichiara di avere incontrato casi di abbandono delle cure nel passaggio dai servizi di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza a quelli per adulti.

Attenzione: questo dato non significa che il 76,4% dei ragazzi interrompa le cure. Significa che più di tre professionisti su quattro tra quelli coinvolti nella ricerca riferiscono di avere osservato questo fenomeno.

E l’80% dei professionisti ritiene utile una risposta specifica: un nucleo di transizione dedicato alla fascia 17-20 anni, con équipe rafforzate da medici specialisti ed educatori.

Dietro queste percentuali non ci sono semplicemente pratiche amministrative che si chiudono. Ci sono ragazzi che attraversano una delle fasi più delicate della crescita e famiglie che rischiano di dover ricominciare ogni volta: un nuovo servizio, una nuova lista d’attesa, una nuova valutazione, una nuova porta alla quale raccontare ancora la stessa storia.

Un ragazzo che chiede aiuto non può ricevere una mappa di uffici. Ha diritto a un sistema capace di accompagnarlo.

Il tempo dell’intervento è parte della cura

La letteratura scientifica aiuta a comprendere perché la tempestività sia così importante.

Una grande meta-analisi internazionale condotta su 192 studi e 708.561 persone ha rilevato che, tra coloro che sviluppano un disturbo mentale, l’esordio avviene entro i 14 anni nel 34,6% dei casi, entro i 18 nel 48,4% ed entro i 25 nel 62,5%. Il picco dell’età di esordio è risultato pari a 14,5 anni.

Anche in questo caso è fondamentale evitare interpretazioni scorrette: non significa che il 62,5% dei giovani soffra di un disturbo mentale. Significa che una quota rilevante dei disturbi che si manifesteranno nel corso della vita ha il proprio esordio proprio negli anni dell’infanzia, dell’adolescenza e della prima età adulta.

È quindi in questa fase che prevenzione, riconoscimento tempestivo e qualità dell’accompagnamento possono diventare determinanti.

L’Organizzazione mondiale della sanità stima inoltre che un adolescente su sette tra i 10 e i 19 anni conviva con un disturbo mentale e indica il suicidio come terza causa di morte tra i 15 e i 29 anni a livello globale.

Questi dati non devono spingerci a trasformare ogni difficoltà evolutiva in una diagnosi.

Al contrario, chiedono competenza: saper distinguere una fatica temporanea da una sofferenza che richiede un intervento, evitando tanto la medicalizzazione indiscriminata quanto la sottovalutazione.

Perché il tempo non è una variabile neutra.

Una lista d’attesa troppo lunga può coincidere con un peggioramento. Un invio privo di accompagnamento può trasformarsi in abbandono. Un cambio di servizio non preparato può interrompere la fiducia costruita con fatica dal ragazzo e dalla sua famiglia.

A diciotto anni non si diventa improvvisamente un’altra persona

La maggiore età rappresenta una soglia giuridica. Non è un interruttore clinico, emotivo o relazionale.

Non si diventa improvvisamente adulti allo scoccare dei diciotto anni e una cura non può scadere come un documento.

La Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza ha chiarito nel proprio documento del 2025 che la continuità di cura è un concetto molto più ampio del semplice trasferimento da un servizio all’altro.

Significa mettere al centro la persona e il suo percorso.

La SINPIA individua tre dimensioni essenziali: continuità delle relazioni, delle informazioni e della gestione. Raccomanda inoltre che la preparazione al passaggio possa iniziare già dai 16 anni e che il trasferimento avvenga nel momento più appropriato per la persona, anziché essere determinato automaticamente dal calendario.

Il principio dovrebbe essere semplice:

è il sistema che deve accompagnare la crescita del ragazzo, non il ragazzo che deve adattarsi alle fratture del sistema.

Anche la famiglia non può essere trasformata nel corriere tra servizi che non comunicano: trasportare referti, ricostruire percorsi, cercare appuntamenti e compensare privatamente ciò che il sistema pubblico non riesce a garantire.

La famiglia deve essere parte della rete di sostegno, nel rispetto dell’autonomia progressiva, della voce e della riservatezza dell’adolescente.

La scuola può intercettare il bisogno, ma non può sostituire la cura

Il nuovo bando lombardo “Scuola in ascolto” destina 3.738.000 euro al triennio 2026-2029 e prevede il finanziamento di 52 reti territoriali con spazi di supporto psicopedagogico rivolti a studenti, famiglie e personale scolastico.

È un investimento importante.

La scuola è infatti uno dei luoghi nei quali il disagio può essere riconosciuto prima che diventi emergenza.

Anche la voce dei ragazzi lo conferma.

Nella consultazione pubblica promossa dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, alla quale hanno risposto 7.470 giovani tra i 16 e i 20 anni, il 51,4% ha riferito stati ricorrenti di ansia o tristezza prolungata e il 62,7% ha dichiarato che vorrebbe potersi rivolgere a uno psicologo.

Non si tratta di un’indagine epidemiologica rappresentativa dell’intera popolazione giovanile. È però un ascolto ampio e diretto della voce dei ragazzi, che le istituzioni non possono ignorare.

Lo sportello scolastico, tuttavia, non deve diventare un’isola.

La scuola non è un ambulatorio e lo psicologo scolastico non può sostituire i servizi specialistici. Può ascoltare, riconoscere, orientare e contribuire alla prevenzione. Ma deve poter contare su un collegamento effettivo con consultori, pediatri, servizi sociali, Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza e servizi territoriali per la salute mentale.

Un servizio che intercetta il dolore ma non riesce ad accompagnarlo rischia di trasformare l’ascolto in un’altra attesa.

Dalla somma degli interventi a una responsabilità condivisa

Il problema, quindi, non è soltanto quanti servizi esistano.

È come questi servizi riescano a lavorare insieme.

Serve costruire percorsi continuativi per adolescenti e giovani adulti, superando la cesura rigida dei diciotto anni.

Servono referenti riconoscibili che accompagnino ragazzi e famiglie nei passaggi più delicati.

Servono protocolli di trasferimento tra équipe, condivisione tempestiva delle informazioni essenziali, incontri congiunti e verifica dell’effettiva presa in carico.

Servono dati pubblici e comparabili su richieste, tempi di attesa, rinunce, interruzioni e risultati.

E serve un sistema nel quale scuola, sanità, servizi sociali, sport, comunità educanti e Terzo settore possano cooperare mantenendo ruoli e responsabilità distinti.

Ma soprattutto serve ascoltare i ragazzi.

Non come destinatari passivi di decisioni prese dagli adulti, ma come persone titolari di diritti e progressivamente capaci di partecipare alle scelte che riguardano la propria salute e il proprio percorso di vita.

L’articolo 24 della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza riconosce a ogni minorenne il diritto al più alto livello di salute possibile e all’accesso ai servizi di cura e riabilitazione.

L’articolo 32 della Costituzione italiana tutela la salute come diritto fondamentale.

La continuità della cura non è quindi soltanto una buona pratica organizzativa.

È una componente concreta del diritto alla salute.

La posizione di Uguali per i Figli

Come Segretario Generale di Uguali per i Figli, ritengo che il Paese debba assumere un impegno nazionale per la salute mentale nell’età evolutiva e nella giovane età adulta, fondato su quattro principi: prevenzione, prossimità, tempestività e continuità.

Non chiediamo di moltiplicare le etichette diagnostiche.

Chiediamo che nessun segnale serio venga lasciato senza una valutazione competente e che nessuna valutazione venga lasciata senza un percorso possibile.

Non chiediamo di sostituire le famiglie, ma di sostenerle.

Non chiediamo alla scuola di curare, ma di essere parte di una rete capace di riconoscere e collegare.

Non chiediamo ai ragazzi di imparare a orientarsi nella frammentazione.

Chiediamo alle istituzioni di ricomporla.

La misura dell’efficacia non può essere soltanto il numero degli sportelli aperti o delle prestazioni registrate.

Dobbiamo misurare il tempo che passa tra una richiesta di aiuto e una risposta appropriata. La capacità di non perdere un ragazzo durante un trasferimento. La stabilità delle figure di riferimento. La possibilità, per una famiglia, di non sentirsi sola davanti a una crisi.

La salute mentale dei giovani non si tutela per frammenti e non si cura a intermittenza.

Tra una porta che si chiude e quella successiva che non si è ancora aperta c’è la vita di un ragazzo.

Ed è precisamente lì che le istituzioni devono esserci.

Mauro Sica
Segretario Generale – Uguali per i Figli ETS