QUANDO LA CONOSCENZA INCONTRA LA VITA

Il Politecnico di Milano apre strutturalmente al Terzo settore. Per Uguali per i Figli ETS è la conferma di una convinzione: i problemi dell’infanzia non si comprendono per compartimenti, ma mettendo in relazione scienza, diritto, educazione, istituzioni e prossimità.

Editoriale – Uguali per i Figli ETS

C’è un passaggio nell’intervento con cui la Rettrice del Politecnico di Milano, Donatella Sciuto, presenta Action For Non Profit che merita di essere osservato oltre la notizia dell’iniziativa.

Le competenze scientifiche e tecnologiche sono indispensabili, ma non sufficienti. L’innovazione acquista valore quando riesce a comprendere dove e come incontra la vita delle persone.[1]

È una riflessione che riguarda direttamente anche il modo in cui scegliamo di occuparci dell’infanzia.

Perché esiste un limite nella conoscenza quando ciascuna disciplina rimane chiusa nel proprio perimetro. E accanto alla competenza scientifica, professionale e istituzionale esiste un sapere che nasce dall’esperienza dei territori, dall’ascolto e dalla prossimità ai bisogni reali.

È su questo incontro che vale la pena soffermarsi.

Il Terzo settore non è l’ultimo anello della catena

Per molto tempo il rapporto tra ricerca, istituzioni e società civile è stato immaginato secondo uno schema lineare: qualcuno studia il problema, qualcuno costruisce la soluzione e qualcun altro la applica nei territori.

Ma le questioni sociali più complesse, soprattutto quando riguardano bambini e famiglie, difficilmente rispettano questa sequenza.

Un bambino non arriva davanti a noi già diviso tra diritto, pedagogia, psicologia, neuroscienze, scuola, servizi sociali e relazioni familiari.

Arriva nella sua interezza.

Siamo noi adulti ad avere organizzato competenze, professioni e istituzioni in settori distinti. La vita di quel bambino, però, continua a attraversarli tutti.

Da questo punto di vista, l’iniziativa del Politecnico di Milano assume un significato che va oltre la creazione di una nuova piattaforma.

Action For Non Profit – A4NP nasce per rendere strutturale la collaborazione tra comunità accademica e organizzazioni del Terzo settore, attraverso formazione, didattica, volontariato, placement e progetti costruiti su problemi concreti.[2]

Il passaggio culturale è rilevante: il non profit non viene considerato soltanto come luogo nel quale trasferire conoscenze già elaborate, ma come interlocutore capace di contribuire alla definizione stessa dei problemi e delle risposte.

I problemi reali non arrivano già formulati

Nell’intervento pubblicato da VITA, Sciuto osserva che l’incontro degli studenti con organizzazioni impegnate quotidianamente nelle comunità permette di comprendere qualcosa che nessuna costruzione teorica può contenere interamente: i problemi reali non si presentano già ordinati e definiti.[1]

Occorre riconoscerli, ascoltare chi li vive, comprenderne i vincoli e costruire risposte adeguate.

È una considerazione particolarmente importante quando si parla di infanzia.

Una difficoltà scolastica può avere una componente familiare o relazionale.

Una decisione giuridica può produrre conseguenze educative.

Un comportamento osservato in classe può essere il primo segnale di qualcosa che altrove non è ancora emerso.

Un intervento formalmente corretto può risultare insufficiente se non tiene conto della realtà nella quale quel bambino vive.

Non si tratta di confondere le competenze né di cancellarne i confini.

Si tratta, al contrario, di farle dialogare.

Un sistema capace di tutelare realmente l’infanzia deve poter mettere in relazione ciò che vedono il giurista, l’insegnante, il pedagogista, lo psicologo, i servizi, la famiglia e chi opera quotidianamente nella comunità.

La specializzazione rimane indispensabile. Ciò che non può più essere sufficiente è l’isolamento.

La prossimità produce conoscenza

Uno dei passaggi più significativi dell’intervento della Rettrice riguarda proprio il valore attribuito al Terzo settore.

Le organizzazioni che lavorano nei territori possiedono una conoscenza che nasce dalla vicinanza alle persone, dal confronto quotidiano con i bisogni e dall’ascolto delle comunità.[1]

Riconoscerne il valore non significa sostituire l’evidenza scientifica con l’esperienza.

La prossimità non prende il posto della ricerca, così come l’esperienza individuale non può sostituire il metodo.

Ma è altrettanto vero che una statistica, da sola, non racconta interamente ciò che accade nella vita di una famiglia o nella crescita di un bambino.

La qualità delle risposte dipende anche dalla capacità di mettere in relazione livelli diversi di conoscenza.

I dati ISTAT aiutano a comprendere quanto questa dimensione collaborativa sia già centrale nell’innovazione sociale: il 65,3% delle istituzioni non profit che ha realizzato interventi di innovazione sociale lo ha fatto collaborando con altri soggetti pubblici o privati.[3] Il dato, pubblicato nel 2025, si riferisce al 2021.

La collaborazione, dunque, non è soltanto una scelta organizzativa. Può diventare parte del processo attraverso il quale si costruiscono risposte più aderenti alla realtà.

Una comunità educante è una rete di responsabilità

Quando Uguali per i Figli parla di comunità educante non intende una formula astratta.

Una comunità educante esiste quando scuola, famiglie, istituzioni, università, professionisti, enti locali e Terzo settore riescono a riconoscersi come parti di una responsabilità comune.

Ognuno conserva il proprio ruolo.

Nessuno, però, dispone da solo dell’intera rappresentazione di ciò che sta accadendo.

Un insegnante può cogliere un cambiamento che non emerge altrove.

Un professionista può leggere quella situazione attraverso le proprie competenze specialistiche.

Una famiglia conosce la quotidianità.

I servizi osservano altre dimensioni della vita del minore.

Il Terzo settore incontra bisogni e fenomeni nei territori.

La ricerca può verificare, comparare e misurare.

Il valore nasce dalla capacità di mettere queste informazioni in comunicazione, senza trasformare la multidisciplinarità in una semplice somma di professioni.

Dalla terza missione alla responsabilità sociale

L’intervento del Politecnico contiene anche un altro passaggio che merita attenzione.

La cosiddetta “terza missione” dell’università viene ricondotta a un’idea più ampia di responsabilità sociale: ricerca, formazione e rapporto con la società non sono attività successive o separate, ma dimensioni che dovrebbero interrogarsi reciprocamente.[1]

È una prospettiva che può essere applicata anche alle politiche e agli interventi rivolti all’infanzia.

Non è sufficiente domandarsi se una procedura sia formalmente corretta o se un servizio sia stato erogato.

Occorre chiedersi quale impatto produca concretamente sulla vita dei bambini.

Chi viene ascoltato?

Quali bisogni rimangono fuori dalla nostra osservazione?

Quali conseguenze generano le decisioni assunte dagli adulti?

Mettere il bambino al centro significa anche introdurre questa verifica dentro i processi decisionali, educativi e istituzionali.

Lasciare che la realtà interroghi le istituzioni

La conclusione dell’intervento della Rettrice contiene forse l’elemento più interessante.

L’obiettivo non è soltanto portare l’università nella società, ma permettere alla società di entrare nell’università e modificare, attraverso quell’incontro, il modo di fare ricerca, formazione e innovazione.[1]

È un principio che può riguardare molte altre istituzioni.

Ascoltare realmente la realtà significa accettare che ciò che osserviamo possa mettere in discussione modelli consolidati.

Può valere per la scuola.

Per i servizi.

Per il diritto.

Per le amministrazioni.

E deve valere anche per il Terzo settore.

La conoscenza non perde autorevolezza quando incontra l’esperienza concreta. Diventa più capace di riconoscere la complessità alla quale è chiamata a rispondere.

Ed è qui che l’intervento del Politecnico incontra una delle convinzioni che guidano Uguali per i Figli ETS.

I problemi dell’infanzia non appartengono a una sola disciplina, a una sola professione o a una sola istituzione.

Richiedono competenze solide, ma anche connessioni.

Richiedono ricerca, ma anche capacità di osservare ciò che accade nei territori.

Richiedono responsabilità precise, ma esercitate dentro una rete capace di comunicare.

Perché mettere i bambini al centro non significa soltanto parlare di loro.

Significa costruire intorno a loro istituzioni e comunità capaci, prima di tutto, di vederli nella loro interezza.

FONTI E DOCUMENTI DI RIFERIMENTO

[1] VITA – Donatella Sciuto, “La rettrice del Politecnico di Milano: «L’innovazione scientifica non basta, se non incontra la vita delle persone»” – 18 settembre 2026

https://www.vita.it/la-rettrice-del-politecnico-di-milano-linnovazione-scientifica-non-basta-se-non-incontra-la-vita-delle-persone/

Fonte verificata: articolo firmato direttamente da Donatella Sciuto, Rettrice del Politecnico di Milano.

[2] Politecnico di Milano – “A4NP: il Politecnico per e con il non profit” – 1 settembre 2026

https://www.polimi.it/sviluppo-sostenibile/news/dettaglio-news/a4np-il-politecnico-per-e-con-il-non-profit

La pagina ufficiale descrive Action For Non Profit, i servizi previsti, la collaborazione con il Terzo settore e la presentazione pubblica del 25 settembre 2026.

Politecnico di Milano – “Action for Non Profit. Il Politecnico di Milano per il Terzo Settore” – evento ufficiale del 25 settembre 2026

https://www.polimi.it/il-politecnico/eventi/dettaglio-evento/action-for-non-profit-il-politecnico-di-milano-per-il-terzo-settore

[3] ISTAT – “L’innovazione sociale nelle istituzioni non profit” – 15 luglio 2025

https://www.istat.it/infografiche/linnovazione-sociale-nelle-istituzioni-non-profit/

Dato richiamato: 65,3% delle istituzioni non profit con innovazioni sociali realizzate in collaborazione con altri soggetti pubblici o privati. Dati riferiti al 2021.