Il dibattito sulla paternità è ancora adulto-centrico. È tempo di cambiare paradigma.

Il dibattito sulla paternità è ancora adulto-centrico. È tempo di cambiare paradigma.

“L’articolo di Riccarda Zezza pubblicato su VITA pone domande importanti sulla paternità e sull’evoluzione del nostro sistema culturale e giuridico. Proprio quelle domande, però, ci hanno portato a interrogarci su ciò che continua a mancare nel dibattito pubblico: il bambino come autentico punto di partenza.”

È’un confronto serio. Documentato. Culturalmente stimolante.

E proprio per questo merita una risposta altrettanto seria.

Perché, al di là delle singole conclusioni, quegli articoli rendono evidente quanto il dibattito italiano sia ancora prigioniero di un paradigma che fatica a evolversi.

Continuiamo a discutere degli adulti.

Ci domandiamo se la paternità sia sufficientemente tutelata.

Se le madri continuino a essere svantaggiate.

Se il legislatore abbia corretto gli squilibri del passato.

Se il sistema garantisca davvero pari dignità tra uomo e donna.

Sono domande importanti.

Ma non sono la domanda fondamentale.

La domanda che manca

La domanda dalla quale dovrebbe iniziare ogni riflessione è molto più semplice.

Che cosa serve realmente a un bambino per crescere in modo sano?

Può sembrare una differenza soltanto linguistica.

In realtà è un cambio di paradigma.

Per oltre cinquant’anni il dibattito pubblico italiano ha osservato la famiglia attraverso le categorie degli adulti.

Diritti.

Doveri.

Discriminazioni.

Compensazioni.

Ruoli.

Equilibri.

Tutto questo ha certamente contribuito all’evoluzione della nostra società.

Ma oggi rischia di diventare insufficiente.

Perché il centro continua a rimanere lo stesso.

L’adulto.

Il vero soggetto non è il genitore. È il bambino.

L’approccio child-centred non parte dalla madre.

Non parte dal padre.

Parte dal bambino.

E questa non è una scelta ideologica.

È una scelta scientifica.

Le neuroscienze dello sviluppo, la psicologia dell’attaccamento e la ricerca internazionale mostrano con crescente chiarezza che lo sviluppo umano prende forma dentro la qualità delle relazioni significative.

Un bambino costruisce sicurezza, fiducia, regolazione emotiva, capacità relazionali e resilienza attraverso la continuità delle esperienze affettive che vive.

Per questo motivo maternità e paternità non possono essere considerate esclusivamente diritti degli adulti.

Sono, prima di tutto, funzioni evolutive.

La domanda giusta cambia tutto

Per decenni ci siamo chiesti:

“Cosa perde un padre?”

Oppure:

“Cosa perde una madre?”

La prospettiva child-centred cambia completamente la domanda.

Che cosa perde un bambino quando una delle sue relazioni fondamentali viene ostacolata, svalutata, impoverita o resa marginale?

È questa la domanda che dovrebbe orientare le politiche pubbliche.

Le decisioni giudiziarie.

I servizi territoriali.

La scuola.

Gli interventi educativi.

Ed è questa la domanda che dovrebbe guidare anche il dibattito culturale.

Proteggere la relazione, non la contrapposizione

Quando il confronto resta centrato sui diritti degli adulti, il rischio è trasformare maternità e paternità in categorie contrapposte.

Padri contro madri.

Madri contro padri.

Diritti contro diritti.

Una discussione destinata a non finire mai.

Quando invece il punto di osservazione diventa il bambino, cambia completamente anche il significato della tutela.

La maternità non rappresenta un privilegio.

La paternità non rappresenta una rivendicazione.

Entrambe costituiscono, nelle loro specificità, risorse fondamentali per lo sviluppo della persona.

Per questo il vero obiettivo non dovrebbe essere stabilire quale adulto abbia più diritti.

Il vero obiettivo dovrebbe essere proteggere quelle condizioni relazionali che consentono al bambino di crescere in sicurezza, continuità affettiva e stabilità emotiva, ogni volta che ciò sia possibile e compatibile con il suo superiore interesse.

L’adultocentrismo è il punto cieco del nostro tempo

Paradossalmente, mentre tutti dichiarano di mettere il minore al centro, continuiamo a costruire il dibattito quasi esclusivamente attorno agli adulti.

Cambiano le parole.

Cambiano gli orientamenti culturali.

Cambiano le rivendicazioni.

Ma il punto di osservazione rimane immutato.

È questo, probabilmente, il vero limite che oggi siamo chiamati a superare.

Perché una società non dimostra la propria maturità stabilendo chi abbia ragione tra gli adulti.

La dimostra quando costruisce ogni riflessione partendo da chi adulto non è ancora.

Il cambio di paradigma che proponiamo

Come Uguali per i Figli non riteniamo che il futuro del dibattito consista nello scegliere tra la tutela della maternità o quella della paternità.

Riteniamo che il futuro consista nel riconoscere che entrambe acquistano significato quando vengono lette nella loro funzione evolutiva per il bambino.

Non è una semplice differenza terminologica.

È un diverso modo di osservare la realtà.

Per questo crediamo che il prossimo passo culturale non debba essere chiedersi se la paternità sia un diritto o se la maternità sia sufficientemente tutelata.

La vera domanda è un’altra.

Quali condizioni relazionali permettono a ogni bambino di svilupparsi nel modo più sano possibile?

È da qui che dovrebbe iniziare ogni politica pubblica.

Ogni riforma.

Ogni decisione.

Ogni intervento educativo.

Perché quando il centro diventa davvero il bambino, cambiano inevitabilmente anche tutte le risposte.

Conclusione

Il futuro non appartiene a un dibattito che continua a contrapporre i diritti degli adulti. Appartiene a una cultura capace di riconoscere che maternità e paternità sono, prima di tutto, risorse evolutive al servizio dello sviluppo del bambino. Il vero cambio di paradigma non consiste nello scegliere tra madre e padre. Consiste nello scegliere, finalmente, il bambino come autentico punto di partenza.

Firma

Mauro Sica
Segretario Generale
Uguali per i Figli – ODV/ETS