Quando un bambino non riesce a stare attento, la domanda non può essere solo: «Ha l’ADHD?»

Le diagnosi aumentano in molti Paesi, ma la scienza chiede di distinguere disturbo, sintomi e contesto. L’ADHD è reale; altrettanto reale è il rischio di leggere ogni difficoltà attentiva fuori dalla storia e dall’ambiente di vita del bambino.

Un bambino si distrae continuamente. Fatica a terminare un compito. Si alza dalla sedia. Perde il filo. Dimentica ciò che gli è stato appena detto. Sembra avere la mente altrove.

La domanda arriva quasi automaticamente: ha l’ADHD?

È una domanda legittima. Ma non può essere l’unica.

Un approfondimento pubblicato da Nature e ripreso in Italia da Focus ha riportato l’attenzione sull’aumento delle diagnosi di disturbo da deficit di attenzione e iperattività in diversi Paesi e sulle possibili ragioni di questo fenomeno.[1][2]

La questione merita attenzione proprio perché non consente risposte semplici.

L’ADHD è un disturbo del neurosviluppo ampiamente riconosciuto dalla comunità scientifica, con una consistente componente biologica e genetica e possibili conseguenze importanti sul funzionamento scolastico, familiare, sociale e personale.[3]

Negarlo sarebbe un errore.

Ma sarebbe un errore anche pensare che qualsiasi difficoltà di attenzione, impulsività o irrequietezza corrisponda automaticamente a un disturbo.

Ed è esattamente in questo spazio, tra banalizzazione e patologizzazione, che dovremmo imparare a guardare meglio i bambini.

Le diagnosi aumentano. Ma che cosa sta aumentando davvero?

Negli Stati Uniti, un’analisi sui dati della National Survey of Children’s Health del 2022 ha stimato che l’11,4% dei bambini e adolescenti tra 3 e 17 anni aveva ricevuto, secondo quanto riferito dai genitori, almeno una diagnosi di ADHD da parte di un professionista sanitario: circa 7,1 milioni di minori. Il 10,5% risultava avere una diagnosi corrente.[4]

Il dato colpisce.

Ma un aumento delle diagnosi registrate non dimostra, da solo, che sia aumentata nella stessa misura la prevalenza biologica del disturbo.

Uno studio su oltre 7,6 milioni di persone assistite nella medicina primaria britannica ha rilevato, tra il 2000 e il 2018, un aumento delle diagnosi e delle prescrizioni, particolarmente forte in termini relativi tra i giovani adulti e nelle donne.[5]

Contemporaneamente, una rianalisi internazionale pubblicata su Molecular Psychiatry ha stimato una prevalenza dell’ADHD in bambini e adolescenti intorno al 5,41%, evidenziando anche quanto le stime possano variare in funzione dei criteri e dei metodi epidemiologici utilizzati.[6]

È una distinzione fondamentale.

Diagnosi registrate, prevalenza stimata e persone che realmente soddisfano criteri clinici rigorosi non sono necessariamente grandezze sovrapponibili.

L’aumento delle diagnosi può riflettere fenomeni differenti: maggiore consapevolezza, migliore riconoscimento di forme precedentemente ignorate, emersione dell’ADHD nelle ragazze e negli adulti, maggiore accesso ai servizi, cambiamenti dei criteri diagnostici, trasformazioni culturali e sociali.

La domanda corretta, quindi, non è soltanto:

«Perché ci sono più diagnosi?»

È anche:

«Come vengono formulate quelle diagnosi?»

Anche i numeri italiani vanno letti correttamente

In Italia viene frequentemente citata una stima di circa 1.265.000 persone con ADHD, delle quali circa 317.000 sarebbero minori tra 6 e 17 anni.

Ma occorre precisare cosa rappresentano questi numeri.

Non si tratta del numero delle persone effettivamente diagnosticate nel nostro Paese.

La stima è stata elaborata dall’AIFA APS – Associazione Italiana Famiglie ADHD, applicando alla popolazione italiana le prevalenze indicate nel DSM-5. La stessa associazione le definisce espressamente “stime di prevalenza – casi attesi”.[7]

La distinzione può sembrare tecnica.

Non lo è.

Quando si parla di salute mentale, soprattutto dei bambini, le parole producono rappresentazioni sociali. E trasformare una stima epidemiologica in un numero di diagnosi realmente accertate significa raccontare una realtà diversa da quella documentata.

È uno dei motivi per cui informazione, ricerca e istituzioni hanno una responsabilità particolare nell’uso dei dati.

Una diagnosi non è la somma di alcuni comportamenti

Nel giugno 2026 l’Agenzia Italiana del Farmaco, regolando la rimborsabilità del metilfenidato a rilascio prolungato nell’ambito del trattamento dell’ADHD, ha ribadito un principio che dovrebbe uscire dai documenti specialistici ed entrare nel dibattito pubblico.

La diagnosi deve essere fondata su anamnesi e valutazione complete e: «non può essere effettuata unicamente in base alla presenza di uno o più sintomi».[8]

È probabilmente la frase più importante dell’intera questione.

Perché un bambino può apparire disattento per ragioni molto diverse.

Può esserci ADHD.

Ma possono esserci anche difficoltà di apprendimento, disturbi del sonno, ansia, problemi emotivi, altre condizioni neuroevolutive, situazioni di stress o combinazioni di fattori differenti.

E soprattutto occorre comprendere quanto quei comportamenti compromettano realmente il funzionamento del bambino e in quali contesti si manifestino.

L’Istituto Superiore di Sanità ha indicato da tempo che la valutazione deve coinvolgere il bambino, i genitori, gli insegnanti e il pediatra, raccogliendo informazioni da fonti multiple e considerando anche i fattori culturali e l’ambiente di vita.[9]

È esattamente il contrario della diagnosi costruita intorno a un’impressione.

Il bambino non vive in laboratorio

Esiste poi una domanda che, come società, dovremmo avere il coraggio di porci.

Che cosa sta accadendo all’attenzione dei bambini?

Non per negare l’ADHD.

Ma perché nessun bambino cresce fuori dall’ambiente nel quale vive.

La sua giornata è fatta di sonno, scuola, famiglia, relazioni, movimento, rumore, aspettative, tempi, frustrazioni, gratificazioni, dispositivi digitali e continue richieste di autoregolazione.

La ricerca sul sonno, per esempio, documenta una relazione importante tra problemi del sonno e sintomatologia ADHD. Una revisione sistematica del 2023 sottolinea che alterazioni del sonno possono aggravare le manifestazioni attentive e comportamentali e devono quindi essere considerate attentamente nella valutazione clinica.[10]

Anche l’ambiente digitale merita attenzione, ma senza semplificazioni.

Una grande metanalisi pubblicata su JAMA Psychiatry, comprendente 98 campioni e oltre 159.000 bambini, ha rilevato associazioni statisticamente significative, ma complessivamente piccole, tra maggiore tempo trascorso davanti agli schermi e problemi comportamentali esternalizzanti e internalizzanti.[11]

Un’altra metanalisi, specificamente dedicata a screen time e ADHD, su più di 81.000 bambini, ha rilevato un’associazione tra esposizione agli schermi pari o superiore a due ore giornaliere e maggiore probabilità di ADHD.[12] Ma associazione non significa automaticamente causalità: il rapporto può essere complesso e bidirezionale. Anche bambini che presentano ADHD possono essere maggiormente attratti da determinate forme di utilizzo digitale.

Per questo sarebbe scientificamente scorretto affermare che smartphone, videogiochi o social network “causano l’ADHD”.

Ma sarebbe altrettanto superficiale concludere che l’ambiente non abbia alcuna importanza.

Un ambiente non deve necessariamente creare un disturbo per modificarne l’espressione, aggravare una vulnerabilità o rendere più difficile il funzionamento quotidiano di un bambino.

E se cominciassimo a cambiare la domanda?

Quando un bambino non riesce a stare attento, siamo abituati a domandarci:

«Che cosa ha questo bambino?»

Forse dovremmo aggiungere altre domande.

Quanto dorme?

Come vive la scuola?

Le difficoltà compaiono ovunque oppure soltanto in alcuni ambienti?

Come apprende?

Sta attraversando una condizione di stress?

Come sono le sue relazioni?

Quanto movimento svolge?

Come utilizza gli strumenti digitali?

Da quanto tempo esistono quei comportamenti?

Quanto incidono realmente sulla sua vita?

E soprattutto: che cosa ci sta comunicando attraverso quella difficoltà?

Non sono domande alternative alla medicina.

Sono parte di una buona medicina, di una buona psicologia, di una buona pedagogia e di una buona responsabilità educativa.

Due errori opposti possono danneggiare lo stesso bambino

C’è un rischio di sovrasemplificazione nel dibattito pubblico.

Da una parte, chi teme che qualsiasi comportamento infantile venga trasformato in diagnosi.

Dall’altra, chi considera ogni critica alla qualità dei percorsi diagnostici come una negazione dell’ADHD.

È una contrapposizione sbagliata.

Nel documento relativo alla nuova linea guida italiana sulla diagnosi e il trattamento dell’ADHD in età evolutiva e adulta, accettata nel percorso del Sistema Nazionale Linee Guida nel marzo 2026, viene sottolineato che nel nostro Paese l’ADHD risulta sottodiagnosticato e sottotrattato rispetto alla prevalenza attesa e viene ribadita l’importanza di valutazione multidisciplinare e trattamento multimodale.[13]

Questo dato impone equilibrio.

Possiamo avere contemporaneamente bambini nei quali un disturbo non viene riconosciuto e altri nei quali alcuni comportamenti rischiano di essere letti troppo rapidamente attraverso una categoria diagnostica.

Essere child-centered non significa essere contro le diagnosi.

Significa pretendere diagnosi accurate.

E significa rifiutare anche il ritardo diagnostico quando impedisce a un bambino di ricevere l’aiuto di cui ha bisogno.

La posizione di Uguali per i Figli

Per Uguali per i Figli ETS il punto non deve essere scegliere tra diagnosi e ambiente, tra medicina ed educazione, tra neurobiologia e relazioni.

Il punto è costruire attorno al bambino una capacità di osservazione molto più completa.

Per questo riteniamo necessario:

  1. rafforzare i percorsi diagnostici multidisciplinari, evitando valutazioni fondate esclusivamente su singoli sintomi, questionari isolati o osservazioni provenienti da un unico contesto;
  2. integrare realmente scuola, famiglia, pediatria e servizi specialistici, perché il funzionamento del bambino deve essere osservato nei diversi ambienti nei quali cresce;
  3. considerare sistematicamente sonno, apprendimento, salute emotiva, relazioni, attività fisica, ambiente digitale e condizioni di stress, all’interno della valutazione complessiva;
  4. formare gli adulti che vivono quotidianamente con i bambini, affinché insegnanti e famiglie possano riconoscere segnali di difficoltà senza trasformarsi impropriamente in diagnosti;
  5. costruire dati nazionali trasparenti e aggiornati su diagnosi, tempi di accesso ai servizi, trattamenti e differenze territoriali, perché senza conoscere il fenomeno reale è impossibile programmare politiche pubbliche adeguate.

Una società capace di produrre sempre più stimoli, sempre più velocità e sempre meno tempi di decompressione non può limitarsi a osservare che molti bambini fanno fatica a concentrarsi.

Deve interrogarsi anche su quali condizioni di crescita sta costruendo intorno a loro.

E, nello stesso tempo, non può lasciare senza diagnosi e senza cura chi convive realmente con un disturbo del neurosviluppo.

Non serve scegliere tra queste due responsabilità.

Dobbiamo assumerle entrambe.

Perché il problema non è stabilire frettolosamente quanti bambini “abbiano l’ADHD”.

Il problema è capire quanti bambini stiamo davvero osservando, ascoltando e comprendendo prima di decidere di che cosa abbiano bisogno.

Ed è da questa domanda che, per Uguali per i Figli, dovrebbe cominciare qualsiasi politica seria sull’infanzia.

FONTI / NORME / RICERCHE

[1] Focus – “Perché tutti sembrano soffrire di disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD)?” – 20 dicembre 2025
https://www.focus.it/comportamento/psicologia/perche-tutti-sembrano-soffrire-di-adhd-deficit-disturbo-attenzione-iperattivita

[2] Pearson H. – “ADHD diagnoses are growing. What’s going on?” – Nature, 26 novembre 2025
DOI: 10.1038/d41586-025-03855-2
https://www.nature.com/articles/d41586-025-03855-2

[3] Faraone S.V. et al. – “The World Federation of ADHD International Consensus Statement: 208 Evidence-based conclusions about the disorder” – Neuroscience & Biobehavioral Reviews, 2021
DOI: 10.1016/j.neubiorev.2021.01.022
PMID: 33549739
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/33549739/

[4] Danielson M.L. et al. – “ADHD Prevalence Among U.S. Children and Adolescents in 2022: Diagnosis, Severity, Co-Occurring Disorders, and Treatment” – Journal of Clinical Child & Adolescent Psychology, 2024
DOI: 10.1080/15374416.2024.2335625
PMID: 38778436
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/38778436/

[5] McKechnie D.G.J. et al. – “Attention-deficit hyperactivity disorder diagnoses and prescriptions in UK primary care, 2000–2018: population-based cohort study” – BJPsych Open, 2023
DOI: 10.1192/bjo.2023.512
https://doi.org/10.1192/bjo.2023.512

[6] Cortese S. et al. – “Incidence, prevalence, and global burden of ADHD from 1990 to 2019 across 204 countries: data, with critical re-analysis, from the Global Burden of Disease study” – Molecular Psychiatry, 2023
DOI: 10.1038/s41380-023-02228-3
https://doi.org/10.1038/s41380-023-02228-3

[7] AIFA APS – Associazione Italiana Famiglie ADHD – Stime di prevalenza, casi attesi in Italia
https://www.associazioneaifa.it/i-dati-del-registro-di-monitoraggio-aifa/

[8] Agenzia Italiana del Farmaco – “Aggiornamento PT web – Metilfenidato (ADHD)” – 5 giugno 2026
https://www.aifa.gov.it/-/aggiornamento-pt-web-metilfenidato-adhd-

[9] Istituto Superiore di Sanità – EpiCentro – Registro nazionale ADHD
https://www.epicentro.iss.it/deficit-attenzione/registro

[10] Arias-Mera C. et al. – “Relation between sleep disorders and attention deficit disorder with hyperactivity in children and adolescents: A systematic review” – Research in Developmental Disabilities, 2023
DOI: 10.1016/j.ridd.2023.104500
PMID: 37075589
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37075589/

[11] Eirich R. et al. – “Association of Screen Time With Internalizing and Externalizing Behavior Problems in Children 12 Years or Younger: A Systematic Review and Meta-analysis” – JAMA Psychiatry, 2022
PMID: 35293954
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/35293954/

[12] Liu H. et al. – “Screen time and childhood attention deficit hyperactivity disorder: a meta-analysis”
DOI: 10.1515/reveh-2022-0262
PMID: 37163581
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37163581/

[13] Istituto Superiore di Sanità – Sistema Nazionale Linee Guida – “Diagnosi e Trattamento dell’ADHD in età evolutiva e adulta” – percorso 2025-2026
https://www.iss.it/en/-/diagnosi-trattamento-adhd_eta-evolutiva-adulti_in-prog