Negli ultimi mesi il dibattito pubblico sul rapporto tra famiglie, servizi sociali, magistratura minorile e tutela dei bambini si è acceso come non accadeva da tempo.
Da una parte c’è chi sostiene che il sistema intervenga troppo poco e troppo tardi.
Dall’altra c’è chi teme che gli strumenti di protezione possano diventare sempre più invasivi, fino a incidere profondamente sulla vita delle famiglie anche al di fuori delle situazioni più estreme.
È un confronto acceso, spesso polarizzato, che rischia di trasformarsi nell’ennesima guerra ideologica.
Ma i bambini meritano qualcosa di più delle tifoserie.
Il punto non è scegliere tra due estremi
Le recenti dichiarazioni del presidente dell’Associazione Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia hanno riportato al centro una questione fondamentale.
Secondo questa impostazione, limitare l’intervento pubblico esclusivamente ai casi più gravi significherebbe abbassare il livello di tutela dei minori.
È una riflessione che merita attenzione.
Ma esiste anche un’altra domanda, altrettanto legittima e altrettanto importante.
Come si distingue un intervento realmente necessario da un eccesso di intervento?
Perché il punto non è scegliere tra due estremi.
Non è decidere se intervenire sempre.
Non è decidere se non intervenire mai.
Il vero nodo riguarda i criteri utilizzati per stabilire quando un bambino si trovi effettivamente in una condizione di pregiudizio.
Chi controlla il controllore?
Ogni società democratica affida alle proprie istituzioni poteri delicatissimi.
Tra questi vi è certamente quello di intervenire quando un minore si trova in una situazione di rischio.
Ma proprio perché si tratta di un potere enorme, esso deve essere accompagnato da un livello altrettanto elevato di responsabilità, trasparenza e verificabilità.
Quando una comunità assiste all’allontanamento di un bambino e non riesce a comprendere le ragioni concrete che hanno portato a quella decisione, inevitabilmente nasce la sfiducia.
Quando invece situazioni di reale sofferenza vengono sottovalutate o ignorate, si genera un danno ancora più grave: l’abbandono dei minori che avrebbero avuto bisogno di protezione.
Entrambi gli errori producono conseguenze profonde.
Entrambi gli errori devono essere evitati.
I bambini non appartengono a nessuno
Esiste un principio che dovrebbe unire tutti.
I bambini non appartengono ai genitori.
I bambini non appartengono ai servizi sociali.
I bambini non appartengono ai tribunali.
I bambini sono persone titolari di diritti propri.
Ed è proprio per questo che ogni decisione che incide sulla loro vita deve poter essere spiegata, motivata e compresa.
Non perché le istituzioni debbano difendersi.
Ma perché la fiducia dei cittadini nasce dalla trasparenza.
La vera domanda che dovremmo porci
Nel dibattito pubblico si parla spesso di famiglie, di magistrati, di psicologi, di servizi sociali, di procedure.
Molto più raramente si parla di un tema essenziale.
Quali sono gli indicatori concreti che dimostrano che una determinata decisione è davvero nell’interesse del bambino?
Questa domanda non dovrebbe spaventare nessuno.
Non dovrebbe spaventare le famiglie.
Non dovrebbe spaventare gli operatori.
Non dovrebbe spaventare la magistratura.
Al contrario.
Dovrebbe rappresentare il fondamento di qualunque sistema di tutela moderno, maturo e credibile.
Nessuno è infallibile
La storia ci insegna una verità semplice.
I genitori possono sbagliare.
Gli educatori possono sbagliare.
Gli psicologi possono sbagliare.
I servizi sociali possono sbagliare.
Anche i tribunali possono sbagliare.
Riconoscere questa realtà non significa delegittimare nessuno.
Significa, al contrario, costruire sistemi capaci di correggersi, verificarsi e migliorarsi continuamente.
Perché la tutela dei bambini non può basarsi sull’infallibilità presunta di qualcuno.
Può basarsi soltanto sulla qualità delle prove, sulla trasparenza delle decisioni e sulla capacità di rendere conto delle proprie scelte.
La società che vogliamo costruire
Come Segretario Generale di Uguali Per i Figli, ritengo che il nostro compito non sia schierarci contro qualcuno.
Il nostro compito è porre domande che aiutino il Paese a migliorare.
Per questo motivo crediamo che il dibattito non debba essere orientato a stabilire chi abbia ragione tra famiglie e istituzioni.
La vera sfida è un’altra.
Costruire un sistema capace di proteggere ogni bambino senza rinunciare alla trasparenza, alla proporzionalità e al controllo democratico delle decisioni.
Perché una società matura non è quella che allontana più bambini.
Non è nemmeno quella che non interviene mai.
È quella che sa dimostrare, con rigore e trasparenza, perché ogni singolo intervento è davvero nell’interesse del bambino.
Mauro Sica
Segretario Generale
Uguali Per i Figli – ETS
NON ESISTE IL DIRITTO ALL’INFALLIBILITÀ: NÉ DEI GENITORI, NÉ DELLE ISTITUZIONI
Negli ultimi mesi il dibattito pubblico sul rapporto tra famiglie, servizi sociali, magistratura minorile e tutela dei bambini si è acceso come non accadeva da tempo.
Da una parte c’è chi sostiene che il sistema intervenga troppo poco e troppo tardi.
Dall’altra c’è chi teme che gli strumenti di protezione possano diventare sempre più invasivi, fino a incidere profondamente sulla vita delle famiglie anche al di fuori delle situazioni più estreme.
È un confronto acceso, spesso polarizzato, che rischia di trasformarsi nell’ennesima guerra ideologica.
Ma i bambini meritano qualcosa di più delle tifoserie.
Il punto non è scegliere tra due estremi
Le recenti dichiarazioni del presidente dell’Associazione Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia hanno riportato al centro una questione fondamentale.
Secondo questa impostazione, limitare l’intervento pubblico esclusivamente ai casi più gravi significherebbe abbassare il livello di tutela dei minori.
È una riflessione che merita attenzione.
Ma esiste anche un’altra domanda, altrettanto legittima e altrettanto importante.
Come si distingue un intervento realmente necessario da un eccesso di intervento?
Perché il punto non è scegliere tra due estremi.
Non è decidere se intervenire sempre.
Non è decidere se non intervenire mai.
Il vero nodo riguarda i criteri utilizzati per stabilire quando un bambino si trovi effettivamente in una condizione di pregiudizio.
Chi controlla il controllore?
Ogni società democratica affida alle proprie istituzioni poteri delicatissimi.
Tra questi vi è certamente quello di intervenire quando un minore si trova in una situazione di rischio.
Ma proprio perché si tratta di un potere enorme, esso deve essere accompagnato da un livello altrettanto elevato di responsabilità, trasparenza e verificabilità.
Quando una comunità assiste all’allontanamento di un bambino e non riesce a comprendere le ragioni concrete che hanno portato a quella decisione, inevitabilmente nasce la sfiducia.
Quando invece situazioni di reale sofferenza vengono sottovalutate o ignorate, si genera un danno ancora più grave: l’abbandono dei minori che avrebbero avuto bisogno di protezione.
Entrambi gli errori producono conseguenze profonde.
Entrambi gli errori devono essere evitati.
I bambini non appartengono a nessuno
Esiste un principio che dovrebbe unire tutti.
I bambini non appartengono ai genitori.
I bambini non appartengono ai servizi sociali.
I bambini non appartengono ai tribunali.
I bambini sono persone titolari di diritti propri.
Ed è proprio per questo che ogni decisione che incide sulla loro vita deve poter essere spiegata, motivata e compresa.
Non perché le istituzioni debbano difendersi.
Ma perché la fiducia dei cittadini nasce dalla trasparenza.
La vera domanda che dovremmo porci
Nel dibattito pubblico si parla spesso di famiglie, di magistrati, di psicologi, di servizi sociali, di procedure.
Molto più raramente si parla di un tema essenziale.
Quali sono gli indicatori concreti che dimostrano che una determinata decisione è davvero nell’interesse del bambino?
Questa domanda non dovrebbe spaventare nessuno.
Non dovrebbe spaventare le famiglie.
Non dovrebbe spaventare gli operatori.
Non dovrebbe spaventare la magistratura.
Al contrario.
Dovrebbe rappresentare il fondamento di qualunque sistema di tutela moderno, maturo e credibile.
Nessuno è infallibile
La storia ci insegna una verità semplice.
I genitori possono sbagliare.
Gli educatori possono sbagliare.
Gli psicologi possono sbagliare.
I servizi sociali possono sbagliare.
Anche i tribunali possono sbagliare.
Riconoscere questa realtà non significa delegittimare nessuno.
Significa, al contrario, costruire sistemi capaci di correggersi, verificarsi e migliorarsi continuamente.
Perché la tutela dei bambini non può basarsi sull’infallibilità presunta di qualcuno.
Può basarsi soltanto sulla qualità delle prove, sulla trasparenza delle decisioni e sulla capacità di rendere conto delle proprie scelte.
La società che vogliamo costruire
Come Segretario Generale di Uguali Per i Figli, ritengo che il nostro compito non sia schierarci contro qualcuno.
Il nostro compito è porre domande che aiutino il Paese a migliorare.
Per questo motivo crediamo che il dibattito non debba essere orientato a stabilire chi abbia ragione tra famiglie e istituzioni.
La vera sfida è un’altra.
Costruire un sistema capace di proteggere ogni bambino senza rinunciare alla trasparenza, alla proporzionalità e al controllo democratico delle decisioni.
Perché una società matura non è quella che allontana più bambini.
Non è nemmeno quella che non interviene mai.
È quella che sa dimostrare, con rigore e trasparenza, perché ogni singolo intervento è davvero nell’interesse del bambino.
Mauro Sica
Segretario Generale
Uguali Per i Figli – ETS
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