Autore: Mauro Sica – Segretario Generale UPIF – Uguali per i Figli ODV ETS
Esistono bambini che non sanno ancora parlare. Esistono bambini che hanno smesso di parlare. Esistono bambini che parlano, ma nessuno riesce davvero ad ascoltare ciò che stanno dicendo. Una società child-centred inizia da qui.
C’è un errore che gli adulti continuano a commettere. Pensare che un bambino inizi a comunicarci qualcosa soltanto quando riesce a parlare. È un errore comprensibile.
Ma resta un errore.
Ogni essere umano comunica molto prima delle parole.
- Lo fa attraverso il corpo.
- Attraverso lo sguardo.
- Attraverso il sonno.
- Attraverso il pianto.
- Attraverso il silenzio.
Attraverso cambiamenti improvvisi che troppo spesso vengono liquidati come capricci, carattere o semplice crescita.
Le parole arrivano dopo.
La vita, invece, comunica fin dall’inizio. Le neuroscienze ce lo mostrano ogni giorno. La pediatria lo osserva da sempre. La psicologia dello sviluppo continua a ricordarcelo.
Ogni nuova ricerca aggiunge un tassello a una verità semplice e, proprio per questo, rivoluzionaria.
Un bambino non coincide con la sua capacità di spiegare ciò che prova.
Questa affermazione
- cambia il modo di educare.
- Cambia il modo di curare.
- Cambia il modo di amministrare la giustizia.
- Cambia il modo di costruire politiche pubbliche.
Perché ci costringe a spostare l’attenzione. Non più soltanto su ciò che il bambino dice. Ma su ciò che il bambino vive. L’ascolto non è un verbale
Per troppo tempo abbiamo identificato l’ascolto con un momento preciso.
- Una domanda.
- Una risposta.
- Un colloquio.
- Un’audizione.
- Una relazione.
Ma un bambino non comincia a esistere quando viene interrogato. Esiste molto prima. E comunica continuamente.
Ogni adulto che si occupa di infanzia dovrebbe ricordare una verità tanto semplice quanto impegnativa.
L’ascolto è un processo. Non un adempimento.
Non coincide con una tecnica. Coincide con uno sguardo. Richiede tempo. Competenza. Osservazione.
Capacità di mettere insieme segnali che, presi singolarmente, sembrano insignificanti ma che, letti nel loro insieme, raccontano una storia.
La responsabilità degli adulti
Quando un bambino cambia improvvisamente comportamento, ci sta già parlando.
- Quando diventa improvvisamente aggressivo, ci sta già parlando.
- Quando si chiude in sé stesso.
- Quando dorme male.
- Quando regredisce.
- Quando evita uno sguardo.
- Quando sorride meno.
- Quando il rendimento scolastico cambia senza spiegazioni.
- Quando smette di fare ciò che amava.
- Quando non trova più le parole.
Ci sta già parlando.
La domanda non è se il messaggio esista. La domanda è se noi siamo ancora capaci di leggerlo.
Una nuova cultura dell’infanzia
Per questo UPIF propone un cambio di paradigma.
Non basta dire che il bambino va ascoltato.
Occorre imparare come ascoltarlo.
Questo significa costruire una cultura condivisa tra famiglie, scuola, sanità, servizi sociali, magistratura, ricerca scientifica e istituzioni.
Significa riconoscere che nessuna professionalità, da sola, possiede tutte le risposte.
Ogni disciplina osserva un frammento della realtà.
Solo mettendo insieme quei frammenti possiamo avvicinarci davvero all’interesse del bambino.
È questa la differenza tra un sistema che interviene quando il disagio è ormai evidente e una comunità che sa prevenirlo.
Il Manifesto UPIF
Come Segretario Generale di UPIF sentiamo il dovere di affermare un principio che desideriamo diventi patrimonio comune.
L’infanzia non comincia con le parole. E neppure la sua tutela.
La protezione di un bambino inizia quando gli adulti scelgono di prestare attenzione anche a ciò che ancora non trova voce.
- Ogni progresso della scienza ci ricorda che la sofferenza può manifestarsi prima di essere raccontata.
- Ogni esperienza educativa ci insegna che il disagio può comparire prima di essere compreso.
- Ogni responsabilità istituzionale dovrebbe partire da qui.
Perché una società realmente child-centred non misura la propria maturità da quanto ascolta chi sa già spiegarsi. La misura da quanto riesce ad ascoltare chi, ancora, non può farlo.
Ascoltare prima delle parole
Autore: Mauro Sica – Segretario Generale UPIF – Uguali per i Figli ODV ETS
Esistono bambini che non sanno ancora parlare. Esistono bambini che hanno smesso di parlare. Esistono bambini che parlano, ma nessuno riesce davvero ad ascoltare ciò che stanno dicendo. Una società child-centred inizia da qui.
C’è un errore che gli adulti continuano a commettere. Pensare che un bambino inizi a comunicarci qualcosa soltanto quando riesce a parlare. È un errore comprensibile.
Ma resta un errore.
Ogni essere umano comunica molto prima delle parole.
Attraverso cambiamenti improvvisi che troppo spesso vengono liquidati come capricci, carattere o semplice crescita.
Le parole arrivano dopo.
La vita, invece, comunica fin dall’inizio. Le neuroscienze ce lo mostrano ogni giorno. La pediatria lo osserva da sempre. La psicologia dello sviluppo continua a ricordarcelo.
Ogni nuova ricerca aggiunge un tassello a una verità semplice e, proprio per questo, rivoluzionaria.
Un bambino non coincide con la sua capacità di spiegare ciò che prova.
Questa affermazione
Perché ci costringe a spostare l’attenzione. Non più soltanto su ciò che il bambino dice. Ma su ciò che il bambino vive. L’ascolto non è un verbale
Per troppo tempo abbiamo identificato l’ascolto con un momento preciso.
Ma un bambino non comincia a esistere quando viene interrogato. Esiste molto prima. E comunica continuamente.
Ogni adulto che si occupa di infanzia dovrebbe ricordare una verità tanto semplice quanto impegnativa.
L’ascolto è un processo. Non un adempimento.
Non coincide con una tecnica. Coincide con uno sguardo. Richiede tempo. Competenza. Osservazione.
Capacità di mettere insieme segnali che, presi singolarmente, sembrano insignificanti ma che, letti nel loro insieme, raccontano una storia.
La responsabilità degli adulti
Quando un bambino cambia improvvisamente comportamento, ci sta già parlando.
Ci sta già parlando.
La domanda non è se il messaggio esista. La domanda è se noi siamo ancora capaci di leggerlo.
Una nuova cultura dell’infanzia
Per questo UPIF propone un cambio di paradigma.
Non basta dire che il bambino va ascoltato.
Occorre imparare come ascoltarlo.
Questo significa costruire una cultura condivisa tra famiglie, scuola, sanità, servizi sociali, magistratura, ricerca scientifica e istituzioni.
Significa riconoscere che nessuna professionalità, da sola, possiede tutte le risposte.
Ogni disciplina osserva un frammento della realtà.
Solo mettendo insieme quei frammenti possiamo avvicinarci davvero all’interesse del bambino.
È questa la differenza tra un sistema che interviene quando il disagio è ormai evidente e una comunità che sa prevenirlo.
Il Manifesto UPIF
Come Segretario Generale di UPIF sentiamo il dovere di affermare un principio che desideriamo diventi patrimonio comune.
L’infanzia non comincia con le parole. E neppure la sua tutela.
La protezione di un bambino inizia quando gli adulti scelgono di prestare attenzione anche a ciò che ancora non trova voce.
Perché una società realmente child-centred non misura la propria maturità da quanto ascolta chi sa già spiegarsi. La misura da quanto riesce ad ascoltare chi, ancora, non può farlo.
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