Autore: Mauro Sica – Segretario Generale – Uguali per i Figli ODV/ETS
La vera emergenza non sono le droghe. È il dolore che abbiamo smesso di vedere.
Ogni volta che si parla di droghe tra i giovani, il dibattito pubblico si concentra quasi sempre sulle sostanze.
Quale droga.
Quanto costa.
Come arriva.
Chi la vende.
Come reprimerla.
Sono domande legittime. Ma rischiano di farci perdere quella decisiva.
Che cosa stanno cercando di anestetizzare quei ragazzi?
È una domanda scomoda, perché sposta lo sguardo dalla sostanza alla persona. E quando si guarda davvero una persona, non basta più indignarsi: bisogna comprendere.
Un recente intervento pubblicato su Vita ricorda come, per molti adolescenti, la sostanza non rappresenti più una trasgressione estrema, ma uno strumento di regolazione emotiva: serve a diminuire l’ansia, a sentirsi parte del gruppo, a sospendere il disagio, a sopportare una pressione che molti adulti continuano a sottovalutare.
È una lettura importante.
Ma forse oggi dobbiamo compiere un passo ulteriore.
Non cercano lo sballo. Cercano sollievo.
Ridurre il fenomeno delle dipendenze a una questione di sostanze significa osservare soltanto l’ultimo anello della catena.
Prima della sostanza c’è quasi sempre un vissuto.
Una fatica.
Una solitudine.
Una paura.
Una ferita.
Un sistema nervoso che non riesce più a regolare il proprio dolore.
La droga, in molti casi, non crea quel dolore.
Lo incontra.
E gli offre, almeno per qualche ora, l’illusione di farlo tacere.
È qui che nasce il vero problema.
La dipendenza cambia volto. La funzione rimane la stessa.
Pensiamo alle dipendenze come a fenomeni distinti.
Alcol.
Cannabis.
Cocaina.
Oppioidi.
Ma accanto a queste crescono con la stessa velocità altre forme di anestesia.
Ore infinite davanti ai videogiochi.
Scrolling compulsivo.
Isolamento sociale.
Gioco d’azzardo online.
Pornografia.
Autolesionismo.
Cambiano gli strumenti.
Non cambia la funzione.
Abbassare il dolore.
Quando osserviamo questi comportamenti separatamente rischiamo di non vedere ciò che li accomuna.
Sono linguaggi diversi con cui una stessa sofferenza cerca una via di uscita.
Il disagio non nasce nell’adolescenza. Nell’adolescenza diventa visibile.
Uno degli errori più frequenti è pensare che il problema inizi quando il ragazzo assume una sostanza.
In realtà, molto spesso, quella è la fase in cui il disagio diventa evidente.
Le sue radici possono affondare molto più indietro.
Nelle prime relazioni.
Nella qualità dell’attaccamento.
Nella possibilità di sentirsi visti, contenuti, rassicurati.
Nella presenza di adulti capaci di offrire confini sicuri senza umiliare.
Le neuroscienze dello sviluppo ci mostrano da anni che il cervello non impara soltanto attraverso le parole.
Impara soprattutto attraverso le relazioni.
Quando queste relazioni sono stabili, prevedibili e affidabili, il bambino costruisce progressivamente gli strumenti per regolare le proprie emozioni.
Quando invece prevalgono instabilità, paura, imprevedibilità o isolamento, quella regolazione diventa più fragile.
Non è un destino.
Ma è un fattore di rischio che la società non può continuare a ignorare.
Ogni emergenza racconta la stessa storia.
Negli ultimi mesi abbiamo parlato di bullismo.
Di salute mentale.
Di violenza educativa.
Di maltrattamenti invisibili.
Di uso compulsivo delle tecnologie.
Sembrano temi diversi.
In realtà raccontano la stessa storia.
Una crescente difficoltà dei bambini e degli adolescenti nel gestire emozioni sempre più intense in contesti relazionali sempre più fragili.
Se continuiamo a intervenire solo quando compare il sintomo, arriveremo sempre troppo tardi.
Una società che anestetizza tutto.
Forse dovremmo avere il coraggio di porci anche un’altra domanda.
Che cosa insegna il mondo adulto ai ragazzi?
Viviamo in una cultura che promette soluzioni immediate per ogni forma di disagio.
Non sopportiamo la noia.
Abbiamo paura del silenzio.
Cerchiamo scorciatoie per evitare il dolore.
Confondiamo spesso il benessere con l’assenza di fatica.
I ragazzi crescono osservando tutto questo.
E imparano.
Non inventano un linguaggio nuovo.
Assorbono quello che vedono.
Per questo il problema non riguarda soltanto gli adolescenti.
Riguarda l’intera comunità educante.
La prevenzione comincia molto prima.
Continuare a investire soltanto nella repressione significa intervenire quando il problema è già esploso.
La prevenzione autentica inizia molto prima.
Inizia nelle famiglie.
Nella scuola.
Nei servizi.
Nello sport.
Nei luoghi in cui un bambino impara chi è e quanto vale.
Investire nella salute mentale precoce, nell’educazione emotiva, nel sostegno alla genitorialità e nella qualità delle relazioni non è un costo.
È la più grande politica di prevenzione delle dipendenze che una società possa costruire.
Il punto che non possiamo più ignorare
Ogni dipendenza ci pone la stessa domanda.
Che cosa non siamo riusciti ad ascoltare prima che diventasse un’urgenza?
Finché continueremo a guardare soltanto la sostanza, continueremo a rincorrere l’emergenza.
Quando invece inizieremo a guardare il dolore che la precede, forse cominceremo finalmente a prevenirla.
Perché la vera sfida non è semplicemente aiutare un ragazzo a uscire dalla dipendenza.
È costruire una società in cui abbia meno bisogno di cercare un’anestesia.
Richiamo editoriale (in evidenza grafica)
“Le dipendenze non sono il contrario dell’educazione. Sono ciò che accade quando l’educazione, le relazioni e la comunità non riescono più a dare significato al dolore.”



