Se il Terzo settore diventa indispensabile, deve poter diventare adulto

L’Italia si prepara a dare forma a una politica nazionale per l’economia sociale. Ma il vero passaggio culturale è un altro: smettere di considerare associazioni, cooperative, fondazioni e imprese sociali come semplici esecutori di progetti e riconoscerne responsabilità, competenze e capacità di costruire welfare. A una condizione: più riconoscimento deve significare anche più qualità, trasparenza e risultati verificabili.

C’è un momento nel quale le parole devono cominciare a produrre conseguenze.

Per anni abbiamo parlato di Terzo settore, volontariato, economia sociale, sussidiarietà, prossimità, comunità e amministrazione condivisa. Lo abbiamo fatto spesso mentre, nei territori, migliaia di organizzazioni continuavano molto più concretamente a occuparsi di persone fragili, famiglie, bambini, adolescenti, anziani, disabilità, povertà, educazione, salute e inclusione.

Oggi qualcosa sta cambiando.

Il 2 luglio 2026 il Consiglio dei ministri ha esaminato, attraverso un’informativa, il Piano d’azione nazionale per l’economia sociale, elaborato nel solco della Raccomandazione europea sullo sviluppo delle condizioni quadro dell’economia sociale. Non siamo ancora di fronte alla conclusione di un percorso né a un insieme di misure automaticamente operative: siamo, piuttosto, davanti alla possibile apertura di una nuova fase delle politiche pubbliche italiane. (Governo⁠)

Ed è proprio per questo che occorre evitare due errori opposti.

Il primo sarebbe sottovalutare ciò che sta accadendo.

Il secondo sarebbe considerare sufficiente il fatto che finalmente se ne parli.

Non stiamo parlando di un settore marginale

I numeri aiutano a comprendere la dimensione del fenomeno.

Secondo il rapporto Excelsior sull’economia sociale di Unioncamere e Ministero del Lavoro, nel perimetro più ampio considerato risultano 400.893 organizzazioni dell’economia sociale, circa 1,5 milioni di addetti e oltre 4,6 milioni di volontari.

Ancora più significativo è il peso di queste organizzazioni in alcuni settori direttamente connessi alla vita delle persone: nell’istruzione rappresentano il 28,4% dei soggetti considerati ma il 58,3% degli addetti; nella sanità e nell’assistenza sociale il 12,5% dei soggetti e il 44,5% degli addetti. (Vita.it⁠)

Sono numeri che rendono difficile continuare a descrivere l’economia sociale come una sorta di periferia buona dell’economia tradizionale.

È già dentro il funzionamento quotidiano del Paese.

Ed è importante anche non confondere automaticamente economia sociale e Terzo settore: i due ambiti si intrecciano profondamente, ma non coincidono in ogni loro componente. Il Terzo settore costituisce certamente uno degli attori fondamentali di questo ecosistema più ampio. (Ministero del Lavoro⁠)

Il problema, dunque, non è più stabilire se queste realtà esistano.

La domanda è quale ruolo vogliamo riconoscere loro.

Dal progetto alla responsabilità

Un recente intervento di Flaviano Zandonai pubblicato su VITA ha proposto una provocazione interessante sul rischio che la crescente attenzione verso l’economia sociale rimanga più forte sul piano delle politiche, delle definizioni e del posizionamento che su quello della capacità concreta di organizzarsi, investire, decidere e assumersi responsabilità. (Vita.it⁠)

È uno spunto che merita di essere raccolto.

Perché per far crescere davvero l’economia sociale non basta moltiplicare convegni, definizioni, tavoli e riconoscimenti.

E non basta neppure moltiplicare i bandi.

Per troppo tempo una parte del rapporto tra istituzioni pubbliche e privato sociale è stata costruita secondo uno schema ricorrente: esiste un bisogno, viene pubblicato un bando, nasce un progetto, il progetto viene finanziato, il finanziamento termina e spesso anche l’esperienza costruita rischia di interrompersi.

È un modello che può produrre ottimi interventi, ma che difficilmente costruisce una vera politica sociale di lungo periodo.

Una comunità non vive per progetti semestrali o annuali.

Un bambino fragile non lo è soltanto fino alla data prevista nella rendicontazione.

Una famiglia che attraversa una difficoltà non può essere accompagnata soltanto fino all’esaurimento di una linea di finanziamento.

Un adolescente in dispersione scolastica, una persona con disabilità, un anziano non autosufficiente o un nucleo in povertà educativa non seguono il calendario amministrativo.

Ed è qui che il cambiamento deve diventare sostanziale.

Co-programmare significa riconoscere che nessuno possiede da solo tutte le risposte

La crescita dell’amministrazione condivisa e degli strumenti di co-programmazione e co-progettazione può rappresentare una delle trasformazioni più interessanti nel rapporto tra pubbliche amministrazioni e Terzo settore.

Non perché il pubblico debba arretrare.

Esattamente il contrario.

Lo Stato e gli enti territoriali devono mantenere pienamente la responsabilità delle politiche pubbliche, della garanzia dei diritti, dei controlli e dell’universalità delle prestazioni.

Ma amministrare bene significa anche riconoscere che chi opera quotidianamente dentro una comunità può possedere informazioni, competenze, relazioni ed esperienze che nessun ufficio pubblico, da solo, potrebbe completamente sostituire.

Il Piano nazionale richiama proprio gli strumenti dell’amministrazione condivisa, mentre la strategia europea sull’economia sociale punta a migliorare le condizioni nelle quali questi soggetti possono operare, accedere alle opportunità, sviluppare capacità, innovare e crescere. (Vita.it⁠)

Questa è la differenza tra chiamare qualcuno a eseguire una prestazione e coinvolgerlo nella costruzione di una risposta.

Ed è una differenza enorme.

Il Terzo settore non deve diventare la supplenza permanente dello Stato

C’è però un confine che va difeso con altrettanta chiarezza.

Riconoscere la funzione del Terzo settore non significa affidargli ciò che le istituzioni non vogliono o non riescono più a fare.

Il Terzo settore non può diventare la forma economicamente più conveniente attraverso la quale delegare pezzi di welfare pubblico.

Non può essere chiamato a coprire carenze strutturali di personale, servizi insufficienti o territori lasciati indietro e contemporaneamente essere considerato un interlocutore secondario quando si programmano le politiche.

La sussidiarietà non è abbandono.

La collaborazione non è sostituzione.

La partecipazione non cancella le responsabilità istituzionali.

Il modello al quale dovremmo tendere è molto più maturo: pubblico e privato sociale devono assumere responsabilità differenti, riconoscibili e complementari, orientate alla stessa finalità di interesse generale.

Non basta chiedere più spazio: bisogna dimostrare di saperlo occupare

Ma c’è anche una responsabilità che riguarda direttamente il mondo dell’economia sociale.

Se chiediamo alle istituzioni di riconoscere maggiore autonomia, capacità progettuale e partecipazione al Terzo settore, dobbiamo accettare che aumentino contemporaneamente le aspettative nei suoi confronti.

Più riconoscimento deve significare:

  • maggiore professionalità;
  • governance trasparente;
  • formazione continua;
  • capacità organizzativa;
  • sostenibilità economica;
  • tutela dei lavoratori;
  • valutazione degli interventi;
  • misurazione degli esiti;
  • disponibilità al controllo;
  • capacità di fare rete senza trasformare le organizzazioni in piccoli mondi autoreferenziali.

Non tutto ciò che possiede una finalità sociale produce automaticamente un buon risultato sociale.

Ed essere non profit non rende automaticamente efficienti, competenti o innovativi.

È necessario avere il coraggio di dirlo proprio se si crede nel Terzo settore.

Perché la maturità non consiste soltanto nel rivendicare un ruolo.

Consiste nell’essere capaci di sostenerne la responsabilità.

Quanto vale una fragilità che non diventa emergenza?

C’è poi un problema ancora più profondo.

Siamo molto bravi a misurare il costo degli interventi sociali e molto meno bravi a misurarne il valore.

Lo stesso rapporto Excelsior offre una fotografia estremamente importante di organizzazioni, occupazione e volontariato, ma evidenzia anche il limite rappresentato dall’assenza di una misurazione completa della produzione e del valore aggiunto generato dall’intero ecosistema dell’economia sociale. (Vita.it⁠)

Ed è qui che il modo tradizionale di leggere la spesa sociale mostra tutti i propri limiti.

Perché una società che sa quanto costa un servizio ma non sa quanto vale il bisogno che quel servizio evita di lasciare senza risposta possiede una contabilità incompleta.

Quanto vale evitare che un ragazzo abbandoni la scuola?

Quanto vale intercettare precocemente un disagio psicologico?

Quanto vale sostenere una famiglia prima che una difficoltà diventi una crisi?

Quanto vale accompagnare un genitore fragile prima che quella fragilità ricada sui figli?

Quanto vale costruire una rete educativa prima che un adolescente venga intercettato dal circuito della devianza?

Quanto vale una comunità capace di vedere un problema quando è ancora piccolo?

Questi risultati non sono facilmente comprimibili dentro una fattura, una tariffa oraria o una voce di bilancio.

Ma hanno un valore economico, oltre che umano.

Perché una fragilità affrontata prima costa spesso meno di un’emergenza affrontata dopo.

E soprattutto produce meno dolore.

Per bambini e famiglie il tempo è parte della risposta

Per Uguali per i Figli questo discorso assume un significato ancora più preciso.

Quando parliamo di infanzia e adolescenza, il tempo non è una variabile neutra.

Un anno nella vita amministrativa può sembrare breve.

Un anno nella vita di un bambino può essere enorme.

Per questo prevenzione, prossimità e continuità dei servizi non possono essere considerate elementi accessori.

Scuola, servizi sociali, sanità, giustizia, famiglie, associazioni, realtà educative e comunità territoriali intercettano spesso frammenti differenti della stessa storia.

Il salto di qualità consiste nel riuscire a mettere insieme quei frammenti prima che la persona diventi un fascicolo e la fragilità diventi emergenza.

Ed è proprio in questo spazio che il Terzo settore può offrire una delle sue risorse più importanti: la prossimità.

Non perché sia più buono delle istituzioni.

Ma perché, quando funziona bene, è spesso più vicino.

E la vicinanza permette di vedere prima.

Dall’Europa all’Italia: ora bisogna trasformare il riconoscimento in capacità

La Commissione europea ha adottato nel dicembre 2021 il proprio Social Economy Action Plan con l’obiettivo di creare condizioni più favorevoli per l’economia sociale, favorirne l’accesso alle opportunità e ai finanziamenti, rafforzarne le capacità e aumentarne il riconoscimento. Il percorso europeo ha un orizzonte al 2030 e nel marzo 2026 la Commissione ha fatto il punto sull’attuazione del Piano. (Employment, Social Affairs and Inclusion⁠)

L’Italia sta ora costruendo il proprio percorso nazionale.

È un’occasione che non dovrebbe ridursi alla creazione di un nuovo perimetro amministrativo dentro il quale collocare soggetti che già esistono.

La vera sfida è costruire capacità.

Capacità delle amministrazioni pubbliche di programmare.

Capacità degli enti sociali di progettare e gestire.

Capacità delle reti territoriali di cooperare.

Capacità della finanza di comprendere modelli economici differenti da quelli tradizionali.

Capacità della politica di distinguere una spesa che consuma risorse da un investimento che costruisce capitale sociale.

E capacità, infine, di verificare i risultati.

Il punto non è diventare più grandi. È diventare più utili

Il futuro del Terzo settore non dovrebbe essere misurato soltanto attraverso il numero degli enti, l’ammontare dei finanziamenti ottenuti o lo spazio conquistato nelle politiche pubbliche.

La domanda decisiva è molto più semplice: la vita delle persone migliora?

È questo il parametro finale.

Se una co-progettazione produce soltanto più procedure, non abbiamo innovato.

Se una rete produce soltanto fotografie di gruppo, non abbiamo costruito comunità.

Se un finanziamento produce soltanto attività senza risultati verificabili, abbiamo speso risorse ma non necessariamente prodotto valore.

Se invece un intervento intercetta prima una fragilità, rafforza una famiglia, restituisce autonomia a una persona, sostiene un adolescente, previene l’esclusione o ricostruisce un legame dentro una comunità, allora l’economia sociale mostra la propria ragione più profonda.

Non essere un’economia minore.

Essere un’economia nella quale la persona torna a essere una misura del valore prodotto.

Una nuova alleanza, non una nuova delega

Il Piano nazionale può quindi rappresentare un’opportunità.

Ma nessun Piano sarà sufficiente senza un cambiamento culturale reciproco.

Le istituzioni devono smettere di considerare il Terzo settore una presenza utile soltanto quando serve colmare rapidamente un vuoto.

Il Terzo settore deve smettere, a sua volta, di pensare che la propria finalità sociale sia sufficiente a legittimarlo.

Servono competenze, autonomia, responsabilità, trasparenza e valutazione.

Serve soprattutto una nuova alleanza tra istituzioni e società civile organizzata.

Non una nuova delega.

Perché uno Stato forte non è quello che pretende di fare tutto da solo.

È quello capace di assumersi fino in fondo le proprie responsabilità e, nello stesso tempo, di riconoscere, organizzare e valorizzare le energie della propria comunità.

E quando parliamo di bambini, adolescenti e famiglie, questa responsabilità diventa ancora più grande.

La vera prova dell’economia sociale non sarà allora quante organizzazioni riusciremo a collocare dentro una definizione.

Sarà quante fragilità riusciremo a vedere prima che diventino emergenze, quante persone riusciremo ad accompagnare prima che rimangano sole e quante comunità sapremo rendere capaci di prendersi cura dei propri figli.

È lì che un Piano smette di essere un documento.

E diventa politica sociale.

Mauro Sica
Segretario Generale – Uguali per i Figli ETS


FONTI

  1. Presidenza del Consiglio dei Ministri, Comunicato stampa del Consiglio dei Ministri n. 180, 2 luglio 2026 – informativa sul Piano d’azione nazionale per l’economia sociale. (Governo⁠)
  2. Commissione europea – DG Employment, Social Affairs and Inclusion, Social Economy Action Plan, adottato il 9 dicembre 2021 e percorso di attuazione al 2030. (Employment, Social Affairs and Inclusion⁠)
  3. Commissione europea, aggiornamento del 30 marzo 2026 sull’attuazione del Social Economy Action Plan. (Employment, Social Affairs and Inclusion⁠)
  4. Sistema Informativo Excelsior – Unioncamere e Ministero del Lavoro, Rapporto “Economia sociale”; dati ripresi e analizzati da Paolo Venturi su VITA, luglio 2026: 400.893 organizzazioni, circa 1,5 milioni di addetti e oltre 4,6 milioni di volontari. (Vita.it⁠)
  5. Flaviano Zandonai, VITA, Economia sociale: per adesso è un pallone gonfiato. Diventerà una mongolfiera?, agosto 2026 – contributo che ha offerto lo spunto per la riflessione editoriale. (Vita.it⁠)