Non basta fare progetti per i bambini: l’impatto sociale si misura in ciò che resta nella loro vita

Dai programmi educativi della Fondazione Edoardo Garrone una riflessione più ampia: quando parliamo di infanzia non dovrebbe bastare contare attività, partecipanti e risorse impiegate. La domanda decisiva è un’altra: dopo il nostro intervento, cosa è realmente cambiato nella vita di quel bambino?

Ci sono numeri che raccontano quanto è stato fatto. E poi ci sono numeri — e soprattutto persone — che possono aiutarci a capire se ciò che è stato fatto ha prodotto davvero un cambiamento.

È forse questa la riflessione più interessante che emerge dal Bilancio Sociale 2025 della Fondazione Edoardo Garrone e dall’approfondimento pubblicato da VITA sui suoi primi vent’anni di attività.

La Fondazione, operativa dal 2005, ha investito in due decenni circa 35 milioni di euro in programmi formativi, educativi e di innovazione sociale e culturale. Nel solo 2025 le risorse impiegate sono state circa 2,6 milioni. Ma il dato che merita maggiore attenzione non è soltanto quanto è stato investito: è il tentativo di misurare gli effetti generati dagli interventi. (Vita.it⁠)

Ed è proprio da qui che, come Uguali per i Figli, riteniamo utile partire.

Un progetto non è un risultato

Nel mondo dell’infanzia utilizziamo continuamente parole importanti: progetto, percorso, sostegno, inclusione, prevenzione, educazione.

Sono parole necessarie. Ma possono diventare insufficienti se ci fermiamo alla loro enunciazione.

Possiamo organizzare decine di laboratori, coinvolgere centinaia di bambini, finanziare iniziative nelle scuole e presentare rendicontazioni perfette. Tutto questo descrive ciò che abbiamo fatto.

Non necessariamente ci dice che cosa abbiamo ottenuto.

Quando il destinatario di un intervento è un bambino, la differenza è essenziale.

L’interesse del minore non può essere dimostrato dal numero delle attività nelle quali è stato inserito. Deve essere ricercato, per quanto possibile, negli effetti che quelle attività producono sulla sua crescita, sulle sue competenze, sulla sua autonomia, sulle sue relazioni e sulle opportunità che gli vengono offerte.

Un dato semplice che racconta qualcosa in più

Tra i progetti descritti c’è “Tra le righe”, percorso rivolto alle scuole primarie e secondarie di primo grado che utilizza la lettura e un approccio interdisciplinare per affrontare anche sostenibilità e cittadinanza.

L’analisi riportata da VITA riguarda 685 alunni: il 61% ha dichiarato di aver letto autonomamente più libri, oltre a quelli assegnati dalla scuola, nei cinque mesi successivi al progetto rispetto all’inizio dell’anno scolastico. (Vita.it⁠)

È un dato apparentemente piccolo.

In realtà contiene una distinzione molto importante.

Non ci dice soltanto che 685 bambini hanno partecipato a un progetto sulla lettura.

Prova a chiedersi che cosa sia rimasto dopo.

Ed è questo passaggio che dovrebbe interessare sempre di più chiunque operi nell’ambito dell’infanzia.

La vera domanda: come sta quel bambino dopo il nostro intervento?

Per Uguali per i Figli, la valutazione di un intervento rivolto ai minori dovrebbe partire da una domanda semplice: come sta quel bambino dopo che siamo intervenuti nella sua vita?

Ha acquisito una maggiore capacità di esprimersi?

Ha sviluppato nuove competenze?

Si sente più sicuro?

Ha imparato a collaborare?

Ha trovato adulti capaci di ascoltarlo?

Ha scoperto un interesse che prima non possedeva?

Ha maggiori possibilità di partecipare alla vita della propria comunità?

Le sue relazioni sono migliorate?

Ha ricevuto strumenti che continueranno ad accompagnarlo anche quando il progetto sarà terminato?

Naturalmente non tutto può essere trasformato in un indicatore e non tutto ciò che riguarda lo sviluppo umano è immediatamente misurabile.

Ma questo non può diventare un alibi per rinunciare a verificare gli effetti delle nostre azioni.

Il bambino non può diventare un numero del progetto

C’è però anche un rischio opposto.

Misurare l’impatto non significa trasformare il bambino in un dato statistico.

Un minore non è il numero necessario a dimostrare che un finanziamento è stato ben utilizzato.

Non è una casella da riempire in un questionario.

Non è il “beneficiario numero 327” con il quale certificare il successo di un’iniziativa.

Gli indicatori devono servire agli adulti per comprendere meglio la realtà del bambino, non per sostituirla.

La valutazione ha senso quando aiuta a correggere ciò che non funziona, rafforzare ciò che produce risultati, ascoltare chi partecipa agli interventi e progettare meglio quelli successivi.

Diversamente rischia di diventare soltanto un altro livello di burocrazia.

Dalla scuola alla comunità: educare significa creare possibilità

L’esperienza raccontata dalla Fondazione Garrone è interessante anche perché i percorsi educativi non vengono confinati all’interno delle mura scolastiche.

Tra il 2019 e il 2025 i programmi nelle scuole hanno coinvolto oltre 2.500 studenti e studentesse. Accanto alla lettura vengono utilizzati il teatro, le arti performative, l’approccio STEAM e percorsi attraverso i quali i ragazzi lavorano sul territorio e sulle comunità. (Vita.it⁠)

Nel progetto “Lo spettacolo siamo noi”, per esempio, il teatro diventa uno strumento attraverso il quale bambini e ragazzi possono esplorare idee e sentimenti, confrontarsi con temi sociali e sperimentare concretamente il lavoro di gruppo. Per le scuole primarie il percorso è stato inoltre trasformato dal 2025 in un’esperienza biennale. (Vita.it⁠)

Non è un dettaglio.

La continuità educativa conta.

I bambini hanno bisogno di esperienze che abbiano il tempo di sedimentare, creare relazioni e trasformarsi in competenze. Non sempre un intervento breve, per quanto ben progettato, riesce a produrre cambiamenti duraturi.

Investire sui minori non significa soltanto spendere risorse

Questo porta a una considerazione che riguarda non soltanto il Terzo settore.

Riguarda le amministrazioni pubbliche, la scuola, i servizi territoriali, le fondazioni, le associazioni e, più in generale, chiunque utilizzi risorse destinate all’infanzia e all’adolescenza.

Spendere per i bambini non significa automaticamente investire nei bambini.

Un investimento sociale esiste pienamente quando le risorse impiegate riescono a generare opportunità, competenze, protezione, inclusione, autonomia e benessere.

Per questo sarebbe utile che accanto alla domanda:

“Quanto abbiamo speso?”

ce ne fosse sempre una seconda:

“Che cosa abbiamo migliorato?”

E una terza, ancora più importante:

“Lo abbiamo chiesto anche ai bambini e ai ragazzi?”

Ascoltare i giovani anche quando si decide

C’è un altro elemento dell’esperienza Garrone che merita attenzione.

Nel percorso di evoluzione della propria governance, la Fondazione ha annunciato l’introduzione di uno Youth Steering Committee, uno spazio dedicato all’ascolto e al confronto con i giovani. Ha inoltre indicato tra gli sviluppi futuri nuovi interventi rivolti alla fascia 0-6 anni e un rafforzamento degli strumenti di valutazione dell’impatto dei progetti educativi. (Fondazione Garrone⁠)

È un orientamento significativo.

Perché esiste una differenza sostanziale tra progettare per i giovani e progettare anche con i giovani.

Naturalmente responsabilità e decisioni restano in capo agli adulti e alle istituzioni competenti. Ma ascoltare bambini e ragazzi, con modalità adeguate alla loro età e maturità, permette spesso di vedere ciò che le organizzazioni non riescono a cogliere attraverso i soli indicatori quantitativi.

Dalla rendicontazione alla responsabilità

Il Bilancio Sociale 2025 della Fondazione Edoardo Garrone viene presentato non soltanto come racconto delle attività svolte, ma come strumento per leggere risultati, persone e prospettive future. La Fondazione indica esplicitamente nella misurazione dell’impatto una leva per il miglioramento e l’innovazione dei propri interventi. (Fondazione Garrone⁠)

È probabilmente questa la direzione sulla quale vale la pena riflettere.

La rendicontazione sociale non dovrebbe servire soltanto a dimostrare che un’organizzazione ha lavorato.

Dovrebbe aiutarla a capire se ha lavorato bene.

E quando parliamo di bambini questa responsabilità diventa ancora maggiore.

Perché dietro ogni programma educativo, ogni progetto finanziato e ogni politica pubblica non dovrebbe esserci semplicemente un destinatario.

C’è una persona che cresce.

Prima dei progetti vengono i bambini

Come Uguali per i Figli crediamo che una moderna cultura dell’infanzia debba imparare sempre più a valutare gli interventi a partire dal loro effetto reale sui minori.

Non per ridurre la crescita di un bambino a un algoritmo.

Non per pretendere che ogni esperienza educativa produca risultati immediatamente quantificabili.

Ma per evitare l’errore opposto: confondere ciò che facciamo con ciò che otteniamo.

Possiamo avere realizzato un ottimo progetto sulla carta e non aver raggiunto quel bambino.

Possiamo aver rispettato procedure, tempi e budget senza aver prodotto il cambiamento sperato.

Riconoscerlo non significa certificare un fallimento.

Significa possedere una cultura abbastanza matura da correggere il percorso.

È questa, probabilmente, una delle sfide più importanti del Terzo settore e delle politiche per l’infanzia dei prossimi anni: passare dalla quantità delle iniziative alla qualità degli effetti, senza perdere mai di vista la persona.

Perché alla fine la domanda più importante non è:

“Quante cose abbiamo fatto per i bambini?”

La domanda è:

“Che cosa è rimasto nella loro vita dopo che le abbiamo fatte?”

Mauro Sica
Segretario Generale Uguali per i Figli ETS


Fonti

  • VITA, “Dalle aule agli Appennini: vent’anni di impatto sociale”, 4 agosto 2026. (Vita.it⁠)
  • Fondazione Edoardo Garrone, Bilancio Sociale 2025, pubblicato il 31 luglio 2026. (Fondazione Garrone⁠)
  • Fondazione Edoardo Garrone, “Vent’anni di filantropia”, dati e linee di sviluppo della Fondazione. (Fondazione Garrone⁠)