Dalla “rivoluzione della cura” alla responsabilità della cura: cosa manca ancora nelle politiche per l’infanzia

La Relazione al Parlamento 2025 dell’Autorità garante e la nuova Agenda dei diritti 2026 riportano al centro relazioni, ascolto, responsabilità adulta e interesse concreto del minore. È un passaggio importante. Ma perché il paradigma child-centered diventi realtà servono ora metodo, dati, competenze, verifica delle prassi e responsabilità misurabili.

Il 30 settembre 2026, nell’Aula dei Gruppi parlamentari della Camera dei deputati, l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza Marina Terragni ha presentato la Relazione al Parlamento 2025.[1]

Il messaggio scelto per accompagnarla è forte: bambini e adolescenti non possono continuare a essere rappresentati prevalentemente attraverso le loro emergenze — disagio psicologico, violenza, dipendenze digitali, dispersione scolastica, devianza — fino a trasformare l’infanzia stessa in un “problema”.

La proposta formulata dalla Garante è quella di una “CaRevolution”: riportare la relazione, l’interdipendenza e la cura al centro dell’organizzazione sociale.[2]

È un cambio di prospettiva che merita attenzione.

Ma proprio perché il tema riguarda la vita concreta di milioni di bambini e adolescenti, la domanda successiva non può essere soltanto culturale.

Deve essere istituzionale.

Che cosa significa, concretamente, mettere il minore al centro?

Un documento molto più ampio dello slogan

La Relazione al Parlamento attraversa un campo vastissimo: ambiente digitale, salute mentale, responsabilità educativa degli adulti, famiglia, separazioni conflittuali, allontanamenti, dispersione scolastica, violenza, minori stranieri non accompagnati, partecipazione, povertà educativa e tutela degli orfani di femminicidio.[3]

Il filo che collega molti di questi fenomeni è individuato nell’indebolimento dei contesti relazionali e nella crescente difficoltà degli adulti e delle istituzioni ad accompagnare la crescita.

Un punto appare particolarmente significativo: quando una famiglia diventa fragile, quando un adolescente si ritira, quando un bambino manifesta disagio o quando un conflitto familiare entra nelle aule giudiziarie, l’intervento pubblico non dovrebbe limitarsi a gestire l’emergenza.

Dovrebbe essere capace di intercettare prima i segnali, sostenere le relazioni ancora recuperabili, distinguere il conflitto dalla violenza, valutare individualmente le condizioni del minore e costruire intorno a lui risposte coordinate.

È qui che la “cura” smette di essere una parola e diventa organizzazione delle istituzioni.

Il minore come soggetto, non come oggetto del procedimento

Contestualmente alla Relazione è stata pubblicata l’“Agenda dei diritti 2026 – La persona di minore età nei procedimenti di famiglia: soggetto, vittima e testimone”, un documento di circa quattrocento pagine curato dal Comitato tecnico-scientifico dell’Autorità garante.[4]

Il punto di partenza è condivisibile e decisivo: il bambino non è più soltanto oggetto di protezione, ma persona titolare di diritti autonomi.

L’Agenda richiama il diritto alla salute, alla sicurezza, alla stabilità affettiva, all’ascolto, alla dignità, alla protezione dalla violenza e al pieno sviluppo della personalità. E riconduce anche i diritti degli adulti, compresi quelli che derivano dalla responsabilità genitoriale, alla loro funzione nei confronti del figlio.[4]

È una trasformazione culturale e giuridica che Uguali per i Figli considera essenziale.

Essere child-centered significa precisamente questo: non scegliere preventivamente la parte dell’adulto, dell’istituzione, del servizio o del professionista, ma chiedersi quale decisione tuteli realmente quel bambino, in quella situazione e in quel momento della sua crescita.

L’ascolto deve produrre conseguenze

Uno dei temi più ricorrenti è l’ascolto del minorenne.

Ma anche qui occorre compiere un passo ulteriore.

Ascoltare non significa semplicemente predisporre un verbale, adempiere a una formalità processuale o chiedere a un bambino di esprimere una preferenza.

Significa creare le condizioni perché possa parlare senza pressioni, comprenderne età, capacità di discernimento, relazioni e vissuto e, soprattutto, spiegare in che modo ciò che ha espresso sia stato considerato nella decisione.

La stessa Agenda definisce l’ascolto non soltanto come garanzia procedurale, ma come diritto sostanziale di partecipazione.[4]

Ed è probabilmente questo uno dei passaggi sui quali il sistema italiano deve ancora crescere maggiormente: non soltanto ascoltare il minore, ma rendere verificabile il peso attribuito al suo punto di vista.

Nessun automatismo può sostituire la valutazione del bambino concreto

La materia familiare è forse quella nella quale il principio assume la sua forma più complessa.

Bigenitorialità, collocamento, tempi di permanenza, limitazioni della responsabilità genitoriale, allontanamenti e interventi dei servizi non possono trasformarsi in formule matematiche valide per ogni famiglia.

Lo stesso vale in direzione opposta: neppure la protezione può diventare automatismo.

L’Agenda richiama la personalizzazione delle decisioni e il rifiuto di soluzioni standardizzate, mentre sull’allontanamento ribadisce il carattere eccezionale della misura e la necessità di considerare il sostegno alla famiglia e le alternative meno traumatiche quando concretamente praticabili.[4]

Questo principio dovrebbe diventare uno standard operativo dell’intero sistema.

Ogni decisione capace di modificare radicalmente la vita quotidiana di un bambino dovrebbe contenere una valutazione esplicita delle alternative esaminate, dei rischi comparati, dei tempi previsti, degli obiettivi dell’intervento e delle modalità attraverso le quali gli effetti sul minore saranno successivamente verificati.

Perché anche una decisione assunta in nome del superiore interesse del minore deve poter essere valutata nei suoi risultati.

Tra diritto e scienza serve un metodo trasparente

L’Agenda affronta anche materie sulle quali diritto, psicologia, psichiatria, medicina legale e scienze sociali non sempre dispongono di interpretazioni perfettamente sovrapponibili.

Ed è proprio qui che un documento istituzionale può svolgere una funzione preziosa.

La stessa Autorità lo definisce un “lavoro in progress”, aperto all’aggiornamento, al confronto, all’integrazione e alla modifica.[4]

Questa apertura dovrebbe diventare metodo.

Nelle questioni scientificamente controverse occorre distinguere con estrema precisione tra diagnosi cliniche, costrutti teorici, fenomeni relazionali osservabili, comportamenti concretamente accertati e loro rilevanza giuridica.

Occorre rendere trasparenti le fonti, confrontare gli orientamenti scientifici differenti, esplicitare il livello delle evidenze disponibili e aggiornare le indicazioni quando la conoscenza evolve.

Non per indebolire la tutela.

Esattamente il contrario: per impedire che una decisione sulla vita di un bambino possa dipendere da formule, etichette o contrapposizioni ideologiche anziché da fatti accertati e conoscenze scientifiche verificabili.

Dalla responsabilità dei genitori alla responsabilità del sistema

Nel dibattito pubblico si parla spesso della responsabilità dei genitori.

È indispensabile.

Ma esiste anche una responsabilità delle istituzioni.

La scuola che intercetta per prima un cambiamento.

Il pediatra che osserva un disagio.

Il servizio sociale chiamato a valutare una famiglia.

Il consulente tecnico che produce una valutazione destinata a incidere su un procedimento.

L’avvocato e il curatore speciale.

Il magistrato chiamato a decidere.

Le comunità e i servizi sanitari.

Sono parti diverse di un unico ecosistema di tutela.

Quando non comunicano, quando utilizzano linguaggi incompatibili, quando intervengono in tempi differenti o quando mancano competenze specialistiche comuni, il bambino rischia di essere formalmente tutelato da molti e concretamente compreso da nessuno.

La formazione interdisciplinare degli operatori, richiamata anche dall’Agenda, non può quindi essere considerata un elemento accessorio.[4]

È una delle infrastrutture della tutela.

Quello che ancora manca: misurare la qualità della tutela

L’Italia dispone di norme, convenzioni internazionali, garanti, tribunali, servizi sociali, strutture sanitarie, scuole, osservatori e un patrimonio enorme di competenze professionali.

Ciò che continua a essere difficile è sapere, in maniera sistematica, come funziona realmente il percorso di un bambino attraverso questo sistema.

Quanto dura un procedimento?

Quante volte viene ascoltato?

Quanti professionisti incontra?

Quanto tempo trascorre prima dell’attivazione di un sostegno?

Quanto dura un collocamento fuori famiglia?

Quante misure vengono rivalutate nei tempi stabiliti?

Quali interventi producono risultati e quali no?

Esistono differenze territoriali?

Che cosa accade a quel bambino sei mesi, un anno o tre anni dopo la decisione?

Senza dati confrontabili e continui è difficile distinguere una buona intenzione da una buona politica pubblica.

È quindi necessario affiancare alla cultura dei diritti una vera cultura della valutazione della tutela.

Non per trasformare la persona in una statistica, ma per impedire che le criticità restino invisibili.

Prevenire prima di riparare

La Relazione attribuisce un ruolo centrale alla comunità educante: famiglia, scuola, servizi e territorio.[3]

È probabilmente qui che si trova uno dei passaggi più importanti per il futuro.

Un sistema realmente child-centered non dovrebbe entrare nella vita del bambino soltanto quando compare un fascicolo giudiziario, una diagnosi, una segnalazione scolastica o una situazione di emergenza.

Dovrebbe costruire prima ambienti capaci di sostenere la crescita.

Servizi per la prima infanzia.

Supporto alle competenze genitoriali.

Scuola.

Sport.

Spazi di socialità.

Presidi sanitari e psicologici accessibili.

Educazione digitale.

Reti territoriali.

Contrasto alla povertà educativa.

Partecipazione dei ragazzi.

La prevenzione non è un settore della politica per l’infanzia.

È il punto nel quale tutte le politiche per l’infanzia dovrebbero incontrarsi.

La voce dei ragazzi indica già una direzione

A conclusione dell’incontro alla Camera, Elena Cosentino, in rappresentanza della Consulta nazionale delle ragazze e dei ragazzi dell’Autorità garante, ha portato agli adulti una richiesta molto semplice: presenza, fiducia, dialogo e ascolto reale.[5]

Forse il punto da cui ripartire è proprio questo.

Per decenni abbiamo costruito sistemi nei quali gli adulti parlano dei bambini.

La sfida oggi è costruire istituzioni capaci di parlare con loro, decidere responsabilmente per loro quando necessario e rendere sempre comprensibile perché una determinata scelta sia stata considerata nel loro migliore interesse.

Dalla rivoluzione della cura alla responsabilità della cura

La “rivoluzione della cura” proposta dalla Garante può essere una suggestione importante.

Ma una rivoluzione istituzionale si misura nella sua attuazione.

Per Uguali per i Figli ETS la direzione deve essere chiara: centralità effettiva della persona di minore età, prevenzione prima dell’emergenza, sostegno alle famiglie, ascolto sostanziale, decisioni individualizzate, competenze interdisciplinari, rigore scientifico, raccolta dei dati e verifica degli esiti.

Non servono nuove contrapposizioni tra genitori e istituzioni, tra madri e padri, tra giustizia e servizi.

Serve un sistema nel quale ciascun adulto e ciascuna istituzione possa essere chiamato a rispondere della propria parte.

Perché il superiore interesse del minore non può rimanere una formula collocata all’inizio di un provvedimento.

Deve essere riconoscibile alla fine, nella vita del bambino.

FONTI / DOCUMENTI

[1] Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza – Presentazione della Relazione al Parlamento 2025, 30 settembre 2026.
Presentazione ufficiale AGIA⁠

[2] Marina Terragni – Discorso di presentazione della Relazione al Parlamento 2025, 30 settembre 2026.
Testo ufficiale dell’intervento⁠

[3] Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza – Relazione al Parlamento 2025.
Relazione al Parlamento 2025 – PDF integrale⁠

[4] Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza – Agenda dei diritti 2026. La persona di minore età nei procedimenti di famiglia: soggetto, vittima e testimone.
Agenda dei diritti 2026 – PDF integrale⁠

[5] Chiara Ludovisi, VITA – “Infanzia e adolescenza non sono un problema. Ma serve una «rivoluzione della cura»”, 30 settembre 2026.
Articolo di VITA⁠

[6] Camera dei deputati – Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza, lavori del 1° ottobre 2026: indagine conoscitiva sull’impatto di internet e delle nuove tecnologie sulla salute psicofisica dei minori.
Calendario ufficiale della Commissione⁠