Un nido non è un edificio: senza educatori, il PNRR lascia vuota la promessa fatta ai bambini

Mancano migliaia di professionisti e le nuove strutture rischiano di non aprire. L’Italia ha finanziato i luoghi dell’educazione senza costruire, con la stessa cura, le condizioni necessarie per renderli vivi

L’Italia sta costruendo nuovi asili nido, ma rischia di non avere abbastanza educatori per aprirli.

È il paradosso che accompagna una parte rilevante degli investimenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza destinati alla prima infanzia: mentre vengono realizzate, ampliate o riconvertite le strutture, il sistema educativo incontra difficoltà sempre maggiori nel reperire le persone chiamate a renderle realmente operative.

Secondo l’allarme lanciato da Assonidi e riportato da Il Fatto Quotidiano, nel Paese mancherebbero già circa tremila educatori, tra settore pubblico e privato. Una carenza destinata ad aggravarsi con l’apertura dei nuovi servizi finanziati attraverso il PNRR.

Il rischio è evidente: inaugurare edifici che non possono accogliere bambini, completare strutture che rimangono chiuse, aumentare formalmente i posti disponibili senza riuscire a trasformarli in un servizio educativo effettivo.

Ma il problema non riguarda soltanto il completamento del PNRR.

Riguarda il modo in cui il nostro Paese continua a pensare l’infanzia.

Un nido non è un edificio. È una comunità educativa fondata sulla presenza, sulla competenza e sulla continuità delle persone.

Il paradosso italiano: costruiamo i nidi, ma non prepariamo chi dovrà farli vivere

Il PNRR ha destinato risorse straordinarie alla costruzione e alla riqualificazione di asili nido e scuole dell’infanzia. L’obiettivo dichiarato è ampliare l’offerta educativa, ridurre i divari territoriali, sostenere le famiglie e favorire la partecipazione dei genitori — in particolare delle madri — al mercato del lavoro.

È un investimento necessario e atteso da decenni.

Eppure una politica pubblica non può fermarsi alla realizzazione dell’infrastruttura. Un nuovo nido produce un beneficio per la comunità soltanto se dispone di personale qualificato, risorse gestionali, servizi accessibili e una programmazione capace di garantirne il funzionamento nel tempo.

Altrimenti l’investimento rimane incompleto.

Lo stesso ISTAT, nel rapporto pubblicato il 2 febbraio 2026, ha rilevato che nell’anno educativo 2023/2024 erano attivi in Italia 14.570 nidi e servizi integrativi per la prima infanzia, con quasi 378.500 posti autorizzati.

L’offerta è cresciuta, ma insieme ad essa è emersa con forza la difficoltà di reperire personale educativo.

Oltre l’80% dei nidi e delle sezioni primavera ha avuto necessità di assumere nuovi educatori nei due anni precedenti alla rilevazione. Una parte consistente delle strutture ha incontrato difficoltà definite gravi o gravissime.

Non siamo quindi davanti a un allarme improvviso.

Siamo davanti a una criticità strutturale che era già visibile e che avrebbe dovuto essere inserita, fin dall’inizio, nella programmazione dell’ampliamento dei servizi.

Prima dei muri vengono le relazioni

Nella fascia da zero a tre anni la relazione educativa non costituisce un elemento accessorio del servizio. È il servizio.

Il bambino molto piccolo costruisce sicurezza attraverso la stabilità delle presenze, la prevedibilità delle risposte, l’attenzione individuale e la possibilità di affidarsi ad adulti capaci di leggere e accogliere i suoi segnali.

L’educatore non è una figura destinata semplicemente a sorvegliare, intrattenere o assistere. È un professionista che accompagna una fase decisiva dello sviluppo, sostiene l’autonomia, organizza gli spazi e i tempi dell’esperienza, osserva il bambino e costruisce un’alleanza quotidiana con la famiglia.

Per questa ragione, quando il personale è insufficiente, precario, sovraccarico o costretto a cambiare continuamente, non si produce soltanto un disservizio organizzativo.

Si indebolisce la qualità della relazione educativa.

Nella prima infanzia, la qualità di un servizio coincide innanzitutto con la qualità e la continuità delle relazioni che riesce a garantire.

Un nido può essere nuovo, luminoso, sostenibile e dotato delle migliori attrezzature. Ma se gli educatori non sono messi nelle condizioni di lavorare bene e di restare, quello spazio non riesce a mantenere la propria promessa educativa.

Una professione qualificata, ma non adeguatamente riconosciuta

La crisi del personale nasce da più fattori.

Vi sono le difficoltà di accesso ai percorsi universitari, la programmazione insufficiente dei posti formativi, il mancato riconoscimento di alcune esperienze pregresse, la distanza tra formazione teorica e pratica professionale.

Ma soprattutto esiste una contraddizione che non può più essere ignorata: agli educatori vengono richieste competenze sempre maggiori, mentre il riconoscimento economico e sociale della loro funzione rimane spesso insufficiente.

La qualificazione professionale è indispensabile. Occuparsi di bambini nei primi anni di vita richiede conoscenze pedagogiche, psicologiche, relazionali e organizzative specifiche.

La risposta alla carenza di personale, pertanto, non può consistere nell’abbassamento indiscriminato degli standard.

Ma non è neppure sostenibile pretendere una formazione universitaria, attribuire responsabilità educative e di cura elevatissime e offrire, in cambio, retribuzioni modeste, contratti disomogenei, carichi di lavoro crescenti e prospettive professionali limitate.

Non si può chiedere alta qualificazione e continuare a riconoscerle un valore basso.

La dignità economica dell’educatore non è una questione corporativa. È una condizione della qualità del servizio destinato ai bambini.

Chi lavora nella prima infanzia deve poter svolgere il proprio compito senza essere schiacciato dalla precarietà, dal turnover, dalla carenza di colleghi e da un sovraccarico emotivo e organizzativo che, nel tempo, rischia di compromettere anche le migliori competenze professionali.

Il lavoro educativo non è lavoro “minore”

Alla radice di questa crisi esiste anche un problema culturale.

Il lavoro educativo rivolto ai bambini più piccoli continua a essere considerato, troppo spesso, come un’attività naturale, quasi spontanea, prevalentemente femminile e, proprio per questo, scarsamente valorizzata.

Come se la capacità di prendersi cura non richiedesse studio, preparazione, responsabilità e aggiornamento.

Come se educare un bambino molto piccolo fosse meno complesso che insegnare a un bambino più grande.

È vero il contrario.

Quanto più il bambino è piccolo, tanto più l’adulto deve possedere strumenti raffinati per comprenderne i bisogni, anche quando non possono ancora essere pienamente espressi attraverso le parole.

Deve saper osservare, attendere, contenere, accompagnare. Deve riconoscere i segnali di disagio senza trasformare ogni difficoltà in un’etichetta. Deve rispettare i tempi individuali, costruire un rapporto di fiducia con la famiglia e operare all’interno di un gruppo educativo.

Sono competenze professionali, non inclinazioni personali.

Il lavoro educativo nella prima infanzia non è un lavoro minore. È uno dei luoghi nei quali una società decide quanto valore attribuire concretamente ai propri bambini.

L’errore di separare gli investimenti dalle persone

Le politiche pubbliche hanno spesso una debolezza ricorrente: finanziano ciò che può essere costruito, acquistato, inaugurato e rendicontato più facilmente, ma faticano a sostenere ciò che deve essere coltivato nel tempo.

Un edificio ha un costo definito. Una gara, un progetto, un collaudo.

Una comunità educativa richiede invece programmazione continua, assunzioni, formazione, coordinamento pedagogico, sostituzioni, manutenzione professionale e risorse stabili.

Questa seconda dimensione è meno visibile, ma è quella che determina il funzionamento reale del servizio.

Il ⁠Piano per asili nido e scuole dell’infanziarappresenta un’occasione storica. Proprio per questo non può essere giudicato soltanto dal numero delle strutture completate o dei posti formalmente creati.

La domanda decisiva deve essere un’altra:

quanti di quei posti saranno effettivamente accessibili, sostenibili e accompagnati da un servizio educativo di qualità?

Se non si affrontano simultaneamente la carenza di personale e la sostenibilità della gestione, si rischia di trasferire il problema sui Comuni, sui gestori e sulle famiglie.

E, in ultima analisi, sui bambini.

Non basta aprire le porte: bisogna garantire la qualità

L’urgenza di reperire educatori potrebbe alimentare soluzioni emergenziali: deroghe generalizzate, riconoscimenti automatici, riduzione dei requisiti o impiego di figure professionali con percorsi differenti.

Ogni ampliamento delle possibilità di accesso alla professione deve essere valutato con serietà, senza chiusure corporative ma anche senza scorciatoie.

Possono essere costruiti percorsi integrativi, riconosciute competenze effettivamente equivalenti, valorizzate esperienze pregresse e rafforzata la formazione pratica. Ma il criterio guida deve rimanere uno: la tutela della qualità educativa offerta ai bambini.

Non si può risolvere una carenza numerica creando una fragilità qualitativa.

Allo stesso tempo, non si può difendere la qualità ignorando che l’attuale sistema rischia di non produrre un numero sufficiente di professionisti.

Serve una programmazione nazionale capace di tenere insieme accesso alla formazione, qualità dei percorsi, tirocinio reale, riconoscimento delle competenze e dignità del lavoro.

La carenza di educatori aumenta anche le disuguaglianze

La crisi del personale non colpisce tutti i territori e tutte le famiglie nello stesso modo.

L’Italia presenta ancora divari molto profondi nell’offerta dei servizi per la prima infanzia. Secondo ISTAT, nell’anno educativo 2023/2024 erano disponibili, in media, 31,6 posti ogni cento bambini tra zero e due anni. Ma il dato scendeva al 19% nel Mezzogiorno e al 19,5% nelle Isole, mentre nel Centro e nel Nord-est superava o si avvicinava ai quaranta posti ogni cento bambini.

Di fronte a questa distanza, costruire nuovi asili nei territori più deboli è essenziale. Ma proprio quei territori possono incontrare maggiori difficoltà nel reperire personale e sostenere i costi ordinari della gestione.

Il rischio è che anche l’investimento pensato per ridurre le disuguaglianze finisca per riprodurle.

Un diritto non è davvero garantito se dipende dal Comune di residenza, dalla disponibilità economica della famiglia o dalla capacità del singolo ente locale di sostenere da solo il servizio.

Il nido non può essere considerato semplicemente uno strumento di conciliazione tra lavoro e famiglia. È un luogo educativo e un presidio di comunità.

Il suo valore riguarda il diritto del bambino a crescere in un ambiente competente, inclusivo e capace di accompagnarne lo sviluppo.

La posizione di Uguali per i Figli

Uguali per i Figli ritiene necessario affiancare al piano infrastrutturale una vera strategia nazionale per il personale dei servizi educativi 0-3.

Una strategia che preveda:

  • la stima puntuale del fabbisogno di educatori collegato ai nuovi posti;
  • una programmazione universitaria coerente con il fabbisogno nazionale e territoriale;
  • percorsi formativi con una componente pratica sostanziale;
  • il riconoscimento rigoroso delle competenze equivalenti e delle esperienze pregresse;
  • retribuzioni adeguate alle qualifiche e alle responsabilità;
  • maggiore omogeneità contrattuale tra servizi pubblici, privati e convenzionati;
  • risorse stabili per la gestione ordinaria dei nuovi nidi;
  • continuità del personale e contenimento del turnover;
  • coordinamento pedagogico e formazione permanente;
  • monitoraggio della qualità effettiva dei servizi, non soltanto del numero dei posti creati;
  • misure specifiche per i territori nei quali la carenza di servizi e professionisti è più grave.

Non servono interventi occasionali destinati a tamponare l’emergenza. Serve una politica strutturale capace di riconoscere che l’investimento nella prima infanzia produce effetti educativi, sociali e culturali che riguardano l’intera comunità.

La promessa fatta ai bambini deve essere mantenuta

Un nido che non apre è un investimento incompiuto.

Un nido che apre senza un numero sufficiente di educatori è un servizio fragile.

Un nido nel quale i professionisti cambiano continuamente, lavorano sotto pressione o non ricevono un riconoscimento adeguato rischia di perdere proprio ciò che dovrebbe proteggere: la qualità e la continuità delle relazioni.

La sfida non consiste soltanto nel completare i cantieri entro le scadenze previste. Consiste nel decidere quale idea di infanzia vogliamo collocare dentro quelle strutture.

I bambini non hanno bisogno soltanto di nuovi posti.

Hanno bisogno di adulti preparati, riconosciuti, adeguatamente retribuiti e messi nelle condizioni di restare.

Hanno bisogno di luoghi capaci di accoglierli senza trasformarli in numeri da rendicontare.

Hanno bisogno che ogni promessa pubblica venga misurata sulla qualità concreta della loro esperienza.

Perché si possono costruire migliaia di nuovi asili. Ma senza educatori si costruiscono soltanto edifici. E l’infanzia non si tutela con i muri: si tutela attraverso le persone, le relazioni e la responsabilità di una comunità intera.

Uguali per i Figli – ODV/ETS
I figli non si toccano.

  1. Il Fatto Quotidiano, 13 luglio 2026, “Asili nido, è emergenza personale: mancano tremila educatori. E le strutture create col PNRR rischiano di non aprire”
    Link: ⁠Il Fatto Quotidiano
  2. ISTAT, 2 febbraio 2026, “Offerta di nidi e servizi integrativi per la prima infanzia – Anno educativo 2023/2024”
    Link: ⁠Rapporto ISTAT
  3. Ministero dell’Istruzione e del Merito, “Asili nido e scuole dell’infanzia – PNRR”
    Link: ⁠Portale PNRR Istruzione
  4. Decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 65, “Istituzione del sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita sino a sei anni”
    Link: ⁠Normattiva